Giovanni e Marcello De Sio Cesari

 

 

 

PALMIRO TOGLIATTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


EDITRICE UNIVERSITARIA CERUSO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal website : www.giovannidesio.it

 

 

INDICE

 

 

 

Introduzione…………………………………………………… 3

Capitolo Primo:La  formazione giovanile…………………….5

Capitolo Secondo: Formazione politica……………………… 8

Capitolo Terzo: L’interpretazione del Fascismo……………15.

Capitolo  Quarto: A livello internazionale …………………..19

Capitolo Quinto:  La  Svolta  di Salerno……………………..29

Capitolo Sesto: La nascita della Repubblica …………………40

Capitolo Settimo: L’attentato di Pallante …………………….46

Capitolo Ottavo : Togliatti all’opposizione……………………53

Capitolo Nono  La Destanalizzazione…………………………..58

Capitolo: Decimo Le manifestazioni  del 1960…………………62

Capitolo:Undicesimo Il Memoriale di Yalta……………………73

Conclusione: Il Paradosso Di Togliatti  …………………………87

Appendice Prima: Togliatti nella Storiografia ………………….89

Appendice Seconda; Elenco opere di Togliatti …………………101

Bibliografia………………………………………………………..116

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

 

 

Sono passati ormai oltre quaranta anni  dal giorno in cui Palmiro Togliatti  si spense a Yalta, quasi emblematicamente  in quella nazione che nel bene e nel male si diceva protesa a quel comunismo di cui è stata sempre la patria ideale, la meta a cui  Togliatti guardava.

 In questi quaranta anni altre generazioni  si sono succedute, molti giovani e non più tanto giovani ormai non ne conoscono che vagamente il nome. Il  mondo è cambiato, molto cambiato: diversi sono i problemi, diversi le situazioni internazionali, diverso il linguaggio. La classe operaia non è più l’asse portante della società, perchè la grande industria ormai non è più il volano della produzione e del progresso economico. Oramai le masse dei poveri e degli sfruttati non si trovano più tanto nelle aeree industriali avanzate quanto nei paesi dell’est europeo,   dell’Africa  dell’ Asia e del Sud America non ancora avanzate a livello industriale e formano pertanto una specie di riserva di mano d’opera a buon mercato che con la globalizzazione,il grande capitale internazionale  può  sfruttare molto meglio che il proletariato occidentale, ormai sempre più cosciente dei propri diritti. Lo stesso concetto di “proletariato”, concetto chiave del comunismo, trova difficoltà di applicazione in una società moderna nella quale la classe media si è sviluppata  a dismisura, inglobando in sè la stessa classe operaia. Perfino il concetto di lavoro dipendente per altro scricchiola poichè la moderna organizzazione economica erode sempre più  la differenza  fra  il lavoratore dipendente e quello autonomo con la flessibilità del lavoro, degli orari,delle retribuzioni.

Se i regimi comunisti dei paesi del cosi detto socialismo reale  sono entrati in crisi e poi si sono dissolti   pur tuttavia , noi crediamo che  il “comunismo” , come ideale etico politico, come concezione globale dell’uomo   rimane sempre vivo nella nostra società in cui le ingiustizie sociali e le disuguaglianze sono sempre presenti. . Cosa fu infatti il comunismo per le masse e gli intellettuali che solo alcuni decenni fa lo sognarono e lo attesero con così tanta fede?

Risposta non facile: storici, filosofi, politologi, economisti hanno dato tante risposte diverse a volte contrastanti e inconciliabili .

 

Ci sia consentito  invece citare non uno studioso  ma un artista che proprio per sensibilità può considerarsi  più vicino alla gente comune: Giorgio Gaber. Nel recitato “Qualcuno era comunista” elenca tutti i motivi,anche i più contrastanti per cui la gente credeva nel comunismo: per conformismo e per antinconformismo, per dispetto o per convenienza, per i motivi vari e talvolta puerili ma il vero motivo era che

 

“Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita
”.

 

 Ci pare che il vero senso del comunismo sia proprio questo: una aspirazione al bene, alla giustizia, che il comunismo non sia solo una utopia ma abbia un valore utopico che è stato e sarà sempre presente  nell’uomo

Comprendere come questa aspirazione sia  stata presente, e con così tanta forza nel mondo di cui Togliatti sembrava l’incarnazione suprema, ci è sembrata una ricerca vitale e interessante anche nel nostro mondo pur tanto diverso da quello dei nostri padri.

Ma comprendere Togliatti significa soprattutto inquadrarlo nel suo contesto culturale, percorso dalla ferma  convinzione  di esser sulla via di costruire un mondo in cui “marxianamente” cessa lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vi  è uguaglianza, dignità, libertà e giustizia per tutti; “la rivoluzione” era allora più vicina di quanto non lo fosse mai stata, o per lo meno lo era nelle idee di chi la aspettava.  E per questa aspirazione si era pronti a sacrificare tutto: non solo se stessi, ma anche gli altri e talvolta anche,purtroppo,  la giustizia e la verità.

Abbiamo cercato di vedere Palmiro Togliatti con gli occhi e le strutture mentali della sua epoca perché ogni momento culturale e storico  ha una sua autocentralità e una sua autoreferenzialità; non si puo  comprendere i crociati medioevali con una sensibilità religiosa moderna.

Togliatti non fu semplicemente il maggior dirigente comunista italiano, ma un protagonista della sua epoca e uno dei padri fondatori della nostra  repubblica: la folla oceanica che intervenne ai suoi funerali  fu la visibile prova di quanto la sua personalità e la sua opera avessero  inciso profondamente nella realtà del suo tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

LA  FORMAZIONE GIOVANILE

 

 

Nella personalità ricca  e complessa  di Palmiro  Togliatti (Genova 1893-Yalta 1964), come nella sua vita, piena di  avvenimenti non certo banali e comuni, l’aspetto  politico predomina su quello privato. È indubbio infatti che gli elementi biografici e psicologici non debbano essere assunti come le cause reali dei suoi comportamenti politici. Sarebbe estremamente  riduttivo, non conforme ai criteri storici: occorre certamente  rintracciare le cause del suo agire politico in valutazioni politiche e non in altro; tuttavia  bisogna anche tener conto che nella guida del Partito Comunista Italiano  tenuta da Togliatti per tanti anni, la sua personalità ha pure avuto un rilievo non trascurabile.  Pertanto ci pare  opportuno premettere all’analisi della sua azione un breve  riferimento alla sua formazione umana e culturale cronologicamente anteriore alla sua attività politica con un particolare riferimento alla Torino di inizio secolo.

L’Agosti nel tracciare infatti la biografia di Togliatti precisa che il motivo dell’accentuarsi dell’aspetto politico …..

 

“…..non è dovuto solo al fatto che l'aspetto politico è, con ogni evidenza, quello  più rilevante nella vicenda del personaggio; ma anche alla scarsità delle fonti (documenti personali, carteggi privati) che potrebbero meglio illuminare le altre sue facce, e al carattere per lo più estremamente            «sorvegliato» dei non molti ricordi autobiografici che Togliatti ha lasciato. Non che l'autore non sia stato consapevole dell’importanza del Togliatti «privato», delle molteplici sfaccettature della sua personalità, dell'intensità non meno sofferta perchè nascosta delle sue passioni e dei suoi drammi interiori” [1]

 

L’ambiente di provenienza di Palmiro Togliatti non è la classe operaia e neanche può essere definito il proletariato, come  magari tanti dei suoi ammiratori avrebbero preferito. In realtà bisogna tener presente  che  la guida del movimento del proletariato può essere assunta da persone che abbiano una adeguata preparazione culturale. E ben difficilmente in un ambiente  proletario della fine dell’800  era possibile accedere al mondo della cultura.

Togliatti  proveniva da un ambiente che, anche  se non definibile proletario,  era comunque molto povero. Egli nacque infatti nel 1883 a Genova  da genitori ambedue insegnanti, in quella piccolissima borghesia della fine dell’800, che se da una parte ambiva distinguersi dal ceto operaio, tuttavia viveva, o forse sarebbe meglio dire “sopravviveva” in condizioni economiche estremamente  misurate.  Era un  mondo in cui ogni spesa superflua era bandita rigorosamente, in cui il maggior merito delle madri di famiglia era quello di far durare una striminzita “mesata” per  un intero mese, impresa che appariva davvero ardua. Fin dalla  fanciullezza Togliatti conobbe quindi la difficoltà della vita, l’impegno serio nello  studio  visto come dovere sociale e come mezzo per un avvenire migliore: non è quindi un intellettuale,che fra gli agi della propria facile vita volge con leggerezza  il pensiero a quelli che non hanno vita altrettanto facile.

  Fondamentalmente la sua era una famiglia religiosa. Il padre Antonio aveva frequentato il seminario non per vocazione ma per usufruire di una borsa di studio istituita da uno zio prete. In seguito aveva abbandonato quel tipo di studio ma non per questo aveva perso la sua fede che condivideva pienamente con la moglie,Teresa Viali.  Si parla di una religiosità salesiana, aperta, cioè, non incentrata sul senso della colpa, del  male ma sulla gioia dello operosità.

Segno della religiosità familiare fu anche il nome stesso di Palmiro che  era derivato dal giorno della sua nascita che era appunto una Domenica delle Palme. 

Scrive Bocca:

 

Il  clima familiare in cui vi­veva non era bigotto, anche se molto religioso. Per abitudine si andava a messa tutte le domeniche, ma non senti mai il proble­ma religioso con troppa intensità. La famiglia, lo si è detto, è  religiosa, per tradizione; si può precisare che il suo cattolicesimo  è di un tipo particolare, salesiano, aperto a quegli interessi sociali che hanno smosso qualcosa anche nella Torino clericale: è  suora salesiana una sorella di Antonio, il quale da ragazzo ha conosciuto don Bosco e spesso racconta ai figli di come guardava, di come sorrideva, di quel suo magnetismo. I Togliatti non sono bigotti, ma il mondo cattolico lo conoscono bene, ne sono segnati. Questo sì che conterà sempre nel figlio politico.” [2]

 

Togliatti, a differenza di tanti altri esponenti della sinistra,  non fu mosso da risentimenti dovuti a personali esperienze negative: lucidamente analizzò le funzioni politiche della religione e  direi soprattutto del clero e della Chiesa,  ma guardò ad essi sempre con chiarezza, distacco e anche rispetto.

 

Altro aspetto che ci sembra interessante è che la sua formazione culturale è anteriore  a quella politica.  Infatti  pur essendo interessato, come  tutti i giovani sensibili alle problematiche sociali e politiche, tuttavia non mostrò poi una particolare  propensione alla vita politica almeno fino ai tempi dell’università. Affrontò quindi il problema politico  già con  una adeguata cultura. Egli studiò sempre con grande impegno e d’altronde su questo in famiglia non si avevano dubbi. Come riferisce Bocca: 

 

Genitori e figli si vogliono bene, ma i patti sono chiari e duri: se non vi guadagnate l'esenzione dalle tasse lasciate la scuola; chi di voi ragazzi non ha l'esenzione va in seminario (ancora quel lascito dello zio prete). Ma forse non ce n'è biso­gno. forse si tratta di esortazioni retoriche, perchè i figli hanno pienamente accettato la concezione dello studio come valore pri­mario e progressista, come dovere assoluto.[3]

 

Egli fu sempre un uomo di cultura, anche in mezzo alle incessanti cure politiche si appassionava a problemi squisitamente culturali: erano celebri le sue dissertazioni sul Dolce stilnovo e le discussioni   filologiche sui termini  esatti da impiegare. 

 

 Spesso si recava  nella redazione dell'«Unità» a scrivere il resoconto parlamentare  «per fargli vedere come si fa». A volte è pignolo, pedante, un cronista usa troppo il "quando" gli dice: «Ho visto che usi  molto il verbo “quare” al gerundio», ma poi sa dare le direttive del vero giornalismo: «Scrivete con chiarezza le cose che avete sentito dire. L'imbecillità dei nostri avversari risulterà senza bisogno di forzature».[4]

 

Ebbe sempre  l’aria di professore  che spiegava, insegnava, qualche volta si spazientiva se i suoi scolari non erano abbastanza pronti a comprendere.  Indubbiamente la cultura  dava a Togliatti  un prestigio personale notevole: si sentiva  in lui non solo l’uomo di parte ma anche l’uomo dotto, con una  visione culturale superiore che conosceva  e valutava  le cose con un metro più ampio . E questo fu un motivo non trascurabile del suo successo.

La cultura di per sè veniva anche prima della parte politica :

 

La cultura è conoscenza delle belle lettere, della filosofia e della storia scientifica; borghese è l'uso che ne fa a fini politici la classe egemone, non la cultura in se che i proletari devono ri­vendicare anzichè distruggere. La scuola che Togliatti frequenta è una scuola di pochi e già selezionati: a Sondrio sono suoi compagni i giovani delle famiglie che contano nella valle, a Sas­sari i Segni e i Berlinguer. È ingiusto che solo essi abbiano ac­cesso alla cultura, ma se questo è lo stato di fatto bisogna pren­derne il buono. Il Togliatti politico gradirà l'affiliazione al co­munismo di nomi che rappresentano nella cultura o nella politi­ca la continuità di un'alta tradizione; avrà cari i Giulio Einaudi, gli Antonio Giolitti, i Giorgio Amendola.

La cultura ha un valore in sè, è la chiave capace di aprire ogni porta, di superare ogni ostacolo. Togliatti la userà princi­palmente, per non dire esclusivamente, a fini politici, ma rima­nendo intellettuale fino al termine dei suoi giorni, con quel biso­gno di capire, di mettere nero su bianco, di storicizzare, per se, se non per le "creature" affidate al suo governo.”[5]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

FORMAZIONE POLITICA

 

L’ambiente culturale in cui si formò politicamente Togliatti  fu sostanzialmente la Torino dei primi decenni del ‘900.

Infatti nel 1911 muore il padre e  Togliatti rimane a Torino il cui clima politico avrà grande influenza sulla sua formazione. I suoi mezzi economici non glielo avrebbero permesso, ma vinse una borsa di studio per frequentare l’università. Prima si iscrive a filosofia, ma in seguito più realisticamente  opta per giurisprudenza, considerata una laurea che avrebbe potuto dargli una migliore possibilità  di lavoro.

Non si può pensare che il suo pensiero, come d’altronde  la formazione del partito comunista, nasca per un moto proprio,  senza tener conto delle condizioni socio economiche del tempo;come osserva Gallerano :

 

“Il dibattito sulle origini del PCI, infatti, è stato spesso condotto sul terreno ideologico o in una dimensione tutta interna alle vicende del movimento opera­io, dimenticando le forti spinte e i condizionamenti esterni che indussero o comunque accelerarono la decisione dei gruppi che a Livorno abbandonarono il partito socialista.

Vi sono alcuni interrogativi, tornati più volte nel dibat­tito storiografico, che è opportuno riprendere e prospettare in una cornice unitaria, sfuggendo alla tentazione di privi­legiarne uno su tutti e di soggiacere così a una visione mono­causale e deterministica della storia.”[6]

 

La  Torino  della seconda decade  del ‘900 è una città in piena espansione.

Come ricorda ancora Gallerano :

 

 “... Torino  sta celebrando il cinquantenario del Regno con una Esposizione universale. Crescono le industrie, quella del cinematografo vi porta una mondanità anomala ed effimera, le grandi ville sulla collina, i divi sulle automobili fo­derate di leopardo, le luci dei caffè concerto. C'è anche l'indu­stria seria, e va formandosi nei quartieri di borgo San Paolo e della barriera di Milano un'aristocrazia di operai specializzati che modificano l'immagine tradizionale del socialista. La città è viva, ma il vecchio ordine si è spezzato; una parte della aristo­crazia e quasi tutta la burocrazia hanno seguito la corte nelle nuove capitali; i rimasti si provano a diventare industriali o si rassegnano alla polverosa decadenza nei palazzotti nobiliari …Che cosa è questa industria che porta alla ribalta le mol­titudini sin qui escluse dalla storia? Torino cambia, in un'Italia di grandi mutamenti:. “[7]

 

Una particolare importanza poi a Torino rivestivano le officine Fiat,  il cui valore andava molto al di la del puro dato economico ed occupazionale come  giustamente osserva il Gobetti :

 

" L'importanza delle officine Fiat-Centro trascendeva la mera importanza tecnica ed economica per produrre e affermare una situazione specificamente politica. L'industria moderna per eccellenza, l'industria modello si sviluppava in una città e creava una nuova psicologia del cittadino. Torino diventò negli anni di guerra la città per eccellenza dell'industria: di un'industria aristocratica accentrata, attraverso una formidabile selezione di spiriti e capacità, nelle mani di pochi uomini geniali, di un'industria specializzata sino a diventare funzione indispensabile e prima cellula di un organismo economico che ampliandosi a tutta la nazione doveva darle la sua personalità di Stato moderno. (L'antitesi con Milano non poteva essere più netta: Milano commerciale di fronte a Torino industriale, Milano liberisticamente frammentaria di fronte a Torino, organismo iniziale). L'accentramento industriale creò l'accentramento operaio. La selezione degli spiriti direttivi promosse e determinò la selezione delle intelligenze operaie, la specializzazione della mano d'opera[8]

 

La specializzazione quasi tayloristica della Torino industriale di inizio ‘900 creavano nell’operaio una coscienza ancora oscura della sua centralità economica che reclamava anche una centralità politica.

Nota anche  il Gobetti :

 

“   Di fronte all' Italia, indifferente a questo processo turbinoso e troppo celere, pare che a Torino debba incombere un'altra volta il compito di riconquistare la penisola” [9]

 

Togliatti  entra quindi in contatto con gli ambienti culturali  e politici di questa Torino nella quale Incontrò e conobbe anche Antonio Gramsci. Come ci viene ricordato da  Agosti :

 

“Togliatti ha conosciuto di sfuggita Gramsci il giorno delle prove di concorso per la borsa del «Carlo Alberto», alla fine d'ottobre del 1911. Successivamente lo ha reincontrato nelle aule di Giurisprudenza e di Lettere: e, se non una vera amicizia, è nata fra loro una consuetudine al dialogo, che ha le sue radici nella comune provenienza e conoscenza diretta della Sardegna, oltre che in una condizione simile di difficoltà economiche al limite dell'indigenza, non frequente fra gli studenti universitari d'allora. Certamente stimolato da Gramsci, Togliatti compie una ricerca sulle ragioni dell'arretratezza della Sardegna: ripercorrendo le statistiche sulla criminalità nell'isola giunge alla conclusione che «proprio quei reati che l'opinione corrente considerava manifestazioni di una fatale arretratezza del costume erano in pauroso aumento con lo sviluppo dello sfruttamento capitalistico della Sardegna.[10]

 

Egli rimase  a lungo in contatto con Gramsci : tuttavia secondo Bocca   non pare però che fra i due  vi fosse una grande simpatia personale :

 

“Palmiro e Antonio hanno alcune cose in comune: le ristrettezze economiche, la curiosità intellettuale, l'interesse per lo studio. Il primo è un giovane esile, il secondo deforme, ammalato di nervi. Ma un genio. L'amico lo ricorderà come «un giovane bruno, piccolo, egli pure poverissimo in apparenza, dal corpo tormentato e sofferente e dagli occhi grandi, luminosi. Era­no spesso insieme ma entrambi «scontro­si e chiusi nella ricerca ancor piena di dubbi di una loro strada, nella costruzione ansiosa della loro persona. L 'amicizia «fra­terna e decisiva» sarà un abbellimento a posteriori. Per comin­ciare, non è facile  essere amico di Antonio, tanto affettuoso e generoso con i familiari, quanto sprezzante, scostante, duro con i conoscenti torinesi. Sta di fatto che nelle sue lettere a ca­sa non nomina mai Palmiro: i nomi che ricorrono sono quelli di Cesare Berger, di Camillo Berra, di Angelo Tasca. Spesso assieme,lo  si può credere, ma a parlare di studio, di letture…[11]

 

Comunque Togliatti mostrò sempre grande stima per  Antonio Gramsci:

 

“La dimestichezza con lui» dirà Togliatti di Gramsci «risale per me al tempo in cui egli, giovanissimo, dedicava ancora la mag­gior parte della sua attività alle ricerche scientifiche di filologia (...). Ma fu senza dubbio parlando di questa scienza ch'egli mi comunicò le prime volte quella visione della vita e del mondo che doveva fare di lui un marxista.» Con Gramsci, prosegue il Togliatti delle memorie, «incominciarono presto altri discorsi», quelli di cui scriverà a Leonetti: «Come sai, io conobbi Antonio nell'autunno del 1911, all'Università. Per mesi e mesi non fa­cemmo che incontrarci e conversare (...). Ora da tutta la con­versazione risulta, senza tema di equivoco, che egli era già fer­mamente orientato verso il socialismo. “[12]

 

A Torino egli prende contatto  anche con  la cultura  dominante  che era ancora tutta impregnata di quel positivismo che pure però andava spegnendosi. Come notano i Ferrara

 

” Le tradizioni delle scuole po­sitivistiche si spegnevano, I positivisti, cui mancava ancora l'animo di aderire apertamente alle nuove correnti, si dichiaravano però almeno kantiani o neokan­tiani. Era un primo passo, non so se fatto in avanti o all'indietro. Annibale Pastore, con il suo sìstema panlogistico, amava collocarsi, in un suo modo originale , sulla linea dei nuovi sviluppi, e più in là.[13]

 

 

Con la crisi del Positivismo a cui sopra abbiamo accennato, il pensiero neo kantiano ed hegeliano finiva con il prendere più facilmente una direzione conservatrice  e borghese . Come rileva il Vacca :

 

Così era stata incapsulata e travolta anche quella scuola “economico-giuridica” che aveva dato vita ad un indirizzo di studi storici e sociali molto promettenti, ai quali aveva attinto anche il giovane Gramsci. Nel complesso la riforma dell’’hegelismo di fine Ottocento aveva avuto dunque un segno di conservazione e di reazione; e se dinanzi ai suoi sviluppi estremi ed indesiderabili  Croce si era tirato indietro cercando di farvi argine, durante il fascismo la sua voce autorevole non aveva costituito molto più che una testimonianza. Col fascismo, invece, aveva fatto lega il Gentile, condividendone fino all’ultimo il destino”[14]

 

In questo contesto occorreva in qualche modo reinterpretare il pensiero marxista e questo avveniva anche e soprattutto grazie alle concrete lotte operaie.

 

 

Si opera quindi un distacco di Togliatti dal suo ambiente di  origine che investe anche in qualche modo i rapporti con la propria famiglia: Come sintetizzano i Ferrara :

 

“In Togliatti venne operandosi allora il distacco defi­nitivo da quegli ambienti di piccola e media borghesia in cui  si era mossa, pure tra gli stenti, la sua famiglia. egli entrava così in un'altra classe sociale. Alla fami­glia stessa, che non poteva più comprendere il nuovo animo suo, divenne quasi estraneo, pur continuando a contribuire con tutto ciò che poteva a superare le difficoltà materiali.[15]

 

Togliatti conosce inoltre gli uomini di cultura che allora  facevano di Torino un centro di cultura come ad esempio Fracesco Ruffini, storico dell’idea di tolleranza,  Luigi Einaudi il grande economista liberale,  Arturo  Farinelli, esperto di cultura germanica. Conosce inoltre i futuri  dirigenti del  partito come Tasca e  Terracini,

Da questi incontri nacque “ L’ORDINE NUOVO” un periodico socialista fondato a Torino il 1° maggio 1919  come evoluzione di un precedente giornale “Città futura” : fu il maggiore  organo  rivoluzionario marxista apparso in Italia.  In esso convissero due tendenze  politica italiana, una  autonomista e una  riformista, che si rifaceva idealmente al Mazzini. Ebbe oltre al fondatore Gramsci  tre condirettori: Tasca, Terracini e Togliatti.

 

Verso la fine dell'estate del 1920 la lotta nelle fabbriche si esaspera: il 36 agosto gli operai metallurgici proclamano lo sciopero genera­le e i padroni rispondono con la serrata. Gli operai occupano le fabbriche. Alla Fiat si de­cide di continuare a lavorare. Nonostante la fuga dei tecnici e dei dirigenti, escono ogni giorno 37 automobili, più di metà del­la produzione normale. Il gruppo degli ordi­novisti sospende la pubblicazione del giornale per partecipare alla lotta nelle fabbriche, alle assemblee. Prolungandosi la lotta, la tensione fra gli operai impegnati in uno sforzo rivoluzionario e il partito recalcitrante arriva quasi al punto di rottura.

Ha inizio così una serie di dibattiti e di scambi di informazio­ni fra delegazioni operaie, dirigenti della sezione e direzione na­zionale del partito e del sindacato, cui Togliatti partecipa attiva­mente. Egli fa parte, il 9 settembre, di una delegazione torinese assieme ai compagni Benso e Tasca e a un tecnico della Fiat.

L 'occupazione finisce poi il 26 settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una onorevole via di ritira­ta, i miglioramenti salariali e normativi riescono in qualche mo­do a rendere accettabile la situazione

Togliatti sull'«Avanti!» esorta gli operai a respingere l'illusorio controllo operaio delle fabbriche, a non prestarsi a forme equivoche di collaborazione come la cogestione proposta da Giovanni Agnelli.

Gobetti  nel 22 cosi commenta  il carattere della rivista e dell’opera particolare  di Togliatti :

 

“È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e per l'azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto ancora responsabilità direttive nell'azione, è tratto alla politica da una solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura un'irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa sospensione di giudizio.[16]

 

La rivista ebbe notevole importanza non solo nella formazione del proletariato ma anche nelle sue azioni concrete. Come ancora giustamente  osserva il Gobetti:

 

 “La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d'ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L'occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l'azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell'eredità socialista, l'incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.”[17]

 

 Le pubblicazioni furono poi soppresse all'avvento del fascismo anche se furono riprese saltuariamente fino al 1924

 

Si è molto discusso sull’affettiva adesione di Togliatti al Partito ma certamente  la sua maturazione politica fu lunga e meditata

Togliatti stesso afferma che si iscrisse  al Partito socialista nel 1914 ma vi sono alcuni dubbi in proposito. Bocca riferisce:

 

“Palmiro Togliatti ripeterà, in svariate occasioni, di essersi iscrit­to al Partito socialista italiano nel 1914; e lo metterà per iscritto nel 1924 sulla Enquete pour les delegues au VI congrès de l'In­ternationale communiste. L 'incendio che ha distrutto il 18 di­cembre del 1922 gli archivi della sezione socialista di Torino ha eliminato la prova documentaria.

Andrea Vigalongo, allora studente operaio iscritto al partito e poi uomo dell'«Ordine Nuovo», è nettamente per il no: «Nel 1914 frequentavo assiduamente il fascio giovanile cui Togliatti, avendo meno di 25 anni, avrebbe dovuto aderire. Non ho mai visto al fascio ne lui ne Gramsci, se fossero venuti li avrei certa­mente notati, eravamo non più di sessanta, ci conoscevamo tut­ti. Nel 1915 ho lavorato nella segreteria amministrativa della se­zione. Gramsci allora c'era, ma Togliatti no. Toccava a me rita­gliare gli indirizzi degli iscritti per la spedizione del materiale.”[18]

 

 

Tuttavia appare chiaro che poi la questione non è molto rilevante.

 

Molto interessante invece è considerare  l’atteggiamento che aveva assunto nei riguardi  della guerra.

Seguendo quello che fu poi un generale movimento della sua età,  fu interventista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale : ma il suo interventismo va inquadrato, non nell’esaltazione nazionalista (come per Mussolini), ma nella prospettiva democratica di Salvemini 

Come nota Agosti:.

 

“Certo, pare da escludersi che si tratti di un interventismo ispirato ai miti correnti del nazionalismo, e anche, malgrado l'indubbio ascendente iniziale, che ricalchi pedissequamente quello di Mussolini: è invece nell'interventismo democratico di Salvemini che egli probabilmente si riconosce, soprattutto laddove questi prevede che «un'Inghilterra vittoriosa imporrà certamente il libero scambio alla Germania e ne conseguirà un trionfo della libertà commerciale in tutta Europa». Questo specifico motivo liberista dell’interventismo di Togliatti riceverà piena conferma dai suoi primi articoli sul “Grido del Popolo”[19]  

 

 Togliatti quindi chiese l’arruolamento volontario ma giudicato non adatto al sevizio militare per miopia  fu poi arruolato nella Croce  Rossa: tuttavia  per motivi di salute, essendo sopravvenuta un lunga malattia,  non prestò praticamente servizio

 In questo modo in realtà egli fu lontano da quell’insieme di esperienze, di pericolo, di abitudine alla violenza, di frustrazione  che fu bagaglio psicologico che tanti “ufficiali di complemento” riportarono nella vita civile e nella  politica. 

 

Non sempre ci è chiaro l’itinerario effettivamente seguito da Togliatti che certamente fu meno lineare e semplice di quello che una certa schematizzazione a posteriore tende e ricostruire. Osserva   Agosti

 

 

Quali siano, in questo processo di formazione culturale per tanti aspetti simile a quello di molti suoi coetanei, le tappe fondamentali dell'accostamento di Togliatti al marxismo non è documentato, ancora una volta, se non dalla razionalizzazione da lui stesso compiutane a posteriori: il passo decisivo sarebbe stato, secondo il resoconto fatto a Marcella e Maurizio Ferrara ne 1953, la scoperta di Antonio Labriola: «i suoi testi di spiegazione e di approfondimento del marxismo, lo scritto In memoria del Manifesto dei comunisti, i Saggi intorno alla concezione materialistica della storia e Discorrendo di socialismo e di filosofia erano letti, riletti, studiati, commentati». È un'affermazione che va «tarata» alla luce dell'operazione politico-culturale da Togliatti stesso condotta dopo il rientro in Italia nel 1944, e mirante a ricostruire un particolare albero genealogico del marxismo italiano. È più probabile che la sua adesione al marxismo, che negli anni universitari non era ancora un fatto compiuto, sia maturata attraverso un percorso meno lineare e intessuto di componenti molteplici ed intricate. Forse, rispetto ad altri itinerari con lo stesso approdo seguiti dalla prima generazione del comunismo italiano, contano in questa adesione di più lo studio e la curiosità intellettuale che non una motivazione esistenziale, alimentata da una ribellione allo stato delle cose esistente. E tuttavia due fattori appaiono decisivi nel determinarla: il primo è l'inizio dell'amicizia con Gramsci, il secondo l'incontro con il movimento operaio torinese.”[20]

 

 

A noi sembra che in realtà la  adesione piena, completa  e consapevole di Togliatti al socialismo  è qualcosa di maturato  razionalmente e lentamente  e non con semplice slancio della giovinezza,come d’altra parte è da aspettarsi dallo stile psicologico del personaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

L’INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO

 

 

Notevole è che Togliatti si rese perfettamente conto della natura del fascismo   nella  della realtà del momento storico, mostrò  di non lasciarsi  prendere dall’entusiasmo, non lesse la  realtà alla luce delle aspirazioni, scambiando realtà e desiderio. In questo egli manifestò perspicacia storica e politica maturata anche negli studi seri della sua giovinezza , ma era soprattutto un aspetto  della sua personalità che in seguito lo fece apparire come la guida sicura, colui che sa quello che si deve fare  in ogni circostanza, al quale quindi affidarsi.

Egli  fu tra i primi,  fra i pochi che compresero che il fascismo e i movimenti affini di destra non erano semplicemente una vuota apparenza  ma avevano un loro  base sociale ed economica, e non facilmente sarebbero stati sconfitti e inviati nella pattumiere della storia.  Non era qualcosa  di inspiegabile, tutto nella storia ha delle motivazioni.

 Come osserva il Ragionieri:

 

 

“ questi problemi restano ancora una volta in gran parte sconosciuti per i nostri studi. Che abbiano, invece,ad essere affrontati e indagati con la massima serietà, è questo un problema che non inte­ssa solo gli studi storici  in senso ristretto, rigoroso superamento della InterpretazIone del fascIsmo come “invasione degli Hyksos” è in Italia, ma non soltanto in Italia, il modo più fondato di prendere coscienza. La eredità del fascismo nel mondo contemporaneo,è di prenderne coscienza per liquidarla.[21]

 

Fra quelli che hanno richiamato l'attenzione sul Togliatti “studioso e teorico” fu proprio De Felice che coglieva negli scritti del dirigente comunista la capacità di mettere a fuoco la costruzione del regime di Mussolini  e la sua base di massa.

A questo proposito va tenuto in debito conto l’analisi di Togliatti sul fascismo che ebbe come uno dei momenti culminanti le lezioni  tenute a Mosca nel ’35 davanti a comunisti italiani esuli.

L'analisi di Togliatti mette infatti in luce la  novità del fascismo cogliendo  le particolarità nazionali, le differenze e le analogie del fascismo con il fordismo americano, insiste sul ruolo di “direzione politica” assunta dal fascismo, capace di unificare gli elementi eterogenei della classe dominante, senza fermarsi all'aspetto coercitivo della dittatura mussoliniana. Coglie quindi  la capacità di costruire un consenso di massa, di mobilitare la piccola borghesia nelle proprie organizzazioni. é veramente esemplare l’analisi di Ernesto Ragionieri del dopolavoro:

 

“Esemplare in proposito la lezione sul dopolavoro, che il testo stesso degli appunti consente di avvertire come una sorpresa, piu ancora che come una novità, per ascoltatori abituati a derivare la fiducia nel suc­cesso della loro drammatica lotta dalla convinzione della completa incapacità del fascismo ad affrontare

 positivamente il problema del suo rapporto con le masse. Togliatti individuava nel dopolavoro la « piu larga delle organizzazioni fasciste », e ravvisava l'ori­gine della ampiezza di questa organizzazione nella in­sufficiente [22]

 

In altre parole, i limiti e le contraddizioni dell’antifascismo comunista degli anni Trenta non dovrebbero essere visti semplicemente nell’ottica della disciplina e della subordinazione a Stalin, ma nell’ottica di una cultura politica che identificava  lo Stato sovietico con la rivoluzione mondiale.

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Togliatti rilevava, quaranta anni prima di  De Felice, che, a differenza dei vecchi movimenti reazionari che facevano riferimento alle poche cerchie di privilegiati, in  realtà essi si rivolgono alle masse e che pertanto può essere definito  un “movimento reazionario che ha una base di massa”: il fascismo si presenta sotto l'aspetto dell'offensiva del capitale contro la classe operaia. I due aspetti vanno entrambi parimenti ricordati.   Come nota Ragionieri:

“Guai ad insistere unilateralmente soltanto sul primo o sul secondo dei due aspetti. Dimen­ticare il primo significa mettere in ombra la natura della unificazione politica della borghesia italiana realizzata dal fascismo e quindi oscurare il ruolo necessariamente antagonistico e protagonistico della classe operaia nella lotta contro il fascismo[23]

 

Togliatti critica pure il fatto di impiegare il termine 'fascismo' in una accezione così generale da servire a designare le forme più diverse dei movimenti reazionari borghesi, e insiste sulla necessità di far precedere a qualsiasi tentativo di generalizzazione l'individuazione delle particolarità dei singoli movimenti che si possono avvicinare al fascismo.

Ritiene pure che il fascismo possa affermarsi solo  in presenza di una struttura economica debole, che obblighi la borghesia ad esercitare una pressione più intensa per mantenere il controllo completo sulla vita economica e politica del paese, e di uno spostamento e di un movimento di masse di piccola e media borghesia urbana e rurale. Individua come tratti che caratterizzano il "fascismo tipo", cioè il fascismo italiano, la soppressione del regime parlamentare e la distruzione fino alle estreme conseguenze "delle libertà democratiche formali", che comporta il rifiuto di ogni compromesso con la socialdemocrazia.

A mò di esempio riportiamo  le parole di Togliatti in una riunione del PCI nelle quali appare chiaro la profondità e il realismo della analisi della  situazione, ben lontana dal semplicismo e dalle  ingenue aspettative  di chi riteneva  che per  la Rivoluzione mondiale bastasse semplicemente un “segnale”

 ”.A questa crisi politica del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio, ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola, di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno... Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»
[24]

 

 Opportunamente l’importanza delle “lezioni” anche nell’ambito della cultura e nella formazione dei quadri  dirigenti comunisti viene messo in luce da Agazzi e Brunelli :