Giovanni e Marcello De Sio Cesari
PALMIRO TOGLIATTI

EDITRICE UNIVERSITARIA CERUSO
Dal website : www.giovannidesio.it
INDICE
Introduzione……………………………………………………
3
Capitolo
Primo:La formazione giovanile…………………….5
Capitolo
Secondo: Formazione politica……………………… 8
Capitolo Terzo: L’interpretazione del Fascismo……………15.
Capitolo Quarto: A livello internazionale …………………..19
Capitolo
Quinto:
Capitolo
Sesto: La nascita della Repubblica …………………40
Capitolo
Settimo: L’attentato di Pallante …………………….46
Capitolo
Ottavo : Togliatti all’opposizione……………………53
Capitolo Nono
Capitolo:
Decimo Le manifestazioni del 1960…………………62
Capitolo:Undicesimo
Il Memoriale di Yalta……………………73
Conclusione: Il Paradosso Di Togliatti …………………………87
Appendice
Prima: Togliatti nella Storiografia ………………….89
Appendice
Seconda; Elenco opere di Togliatti …………………101
Bibliografia………………………………………………………..116
Introduzione
Sono passati ormai oltre
quaranta anni dal giorno in cui Palmiro
Togliatti si spense a Yalta, quasi
emblematicamente in quella nazione che
nel bene e nel male si diceva protesa a quel comunismo di cui è stata sempre la
patria ideale, la meta a cui Togliatti
guardava.
In questi quaranta anni altre generazioni si sono succedute, molti giovani e non più
tanto giovani ormai non ne conoscono che vagamente il nome. Il mondo è cambiato, molto cambiato: diversi
sono i problemi, diversi le situazioni internazionali, diverso il linguaggio.
La classe operaia non è più l’asse portante della società, perchè la grande
industria ormai non è più il volano della produzione e del progresso economico.
Oramai le masse dei poveri e degli sfruttati non si trovano più tanto nelle
aeree industriali avanzate quanto nei paesi dell’est europeo, dell’Africa
dell’ Asia e del Sud America non ancora avanzate a livello industriale e
formano pertanto una specie di riserva di mano d’opera a buon mercato che con
la globalizzazione,il grande capitale internazionale può
sfruttare molto meglio che il proletariato occidentale, ormai sempre più
cosciente dei propri diritti. Lo stesso concetto di “proletariato”, concetto
chiave del comunismo, trova difficoltà di applicazione in una società moderna
nella quale la classe media si è sviluppata
a dismisura, inglobando in sè la stessa classe operaia. Perfino il
concetto di lavoro dipendente per altro scricchiola poichè la moderna
organizzazione economica erode sempre più
la differenza fra il lavoratore dipendente e quello autonomo
con la flessibilità del lavoro, degli orari,delle retribuzioni.
Se i regimi comunisti dei
paesi del cosi detto socialismo reale sono entrati in crisi e poi si sono dissolti pur tuttavia , noi crediamo che il “comunismo” , come ideale etico politico,
come concezione globale dell’uomo
rimane sempre vivo nella nostra società in cui le ingiustizie sociali e
le disuguaglianze sono sempre presenti. . Cosa fu infatti il comunismo per le
masse e gli intellettuali che solo alcuni decenni fa lo sognarono e lo attesero
con così tanta fede?
Risposta non facile: storici,
filosofi, politologi, economisti hanno dato tante risposte diverse a volte
contrastanti e inconciliabili .
Ci sia consentito invece citare non uno studioso ma un artista che proprio per sensibilità può
considerarsi più vicino alla gente
comune: Giorgio Gaber. Nel recitato “Qualcuno era comunista” elenca tutti i
motivi,anche i più contrastanti per cui la gente credeva nel comunismo: per
conformismo e per antinconformismo, per dispetto o per convenienza, per i
motivi vari e talvolta puerili ma il vero motivo era che
“Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso
qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita”.
Ci pare che
il vero senso del comunismo sia proprio questo: una aspirazione al bene, alla
giustizia, che il comunismo non sia solo una utopia ma abbia un valore utopico
che è stato e sarà sempre presente
nell’uomo
Comprendere come questa aspirazione sia stata presente, e con così tanta forza nel
mondo di cui Togliatti sembrava l’incarnazione suprema, ci è sembrata una
ricerca vitale e interessante anche nel nostro mondo pur tanto diverso da
quello dei nostri padri.
Ma comprendere Togliatti significa soprattutto
inquadrarlo nel suo contesto culturale, percorso dalla ferma convinzione
di esser sulla via di costruire un mondo in cui “marxianamente”
cessa lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vi
è uguaglianza, dignità, libertà e giustizia per tutti; “la rivoluzione”
era allora più vicina di quanto non lo fosse mai stata, o per lo meno lo era
nelle idee di chi la aspettava. E per
questa aspirazione si era pronti a sacrificare tutto: non solo se stessi, ma
anche gli altri e talvolta anche,purtroppo,
la giustizia e la verità.
Abbiamo cercato di vedere Palmiro Togliatti con
gli occhi e le strutture mentali della sua epoca perché ogni momento culturale
e storico ha una sua autocentralità e
una sua autoreferenzialità; non si puo comprendere i crociati medioevali con una
sensibilità religiosa moderna.
Togliatti non fu semplicemente il maggior dirigente
comunista italiano, ma un protagonista della sua epoca e uno dei padri
fondatori della nostra repubblica: la
folla oceanica che intervenne ai suoi funerali
fu la visibile prova di quanto la sua personalità e la sua opera
avessero inciso profondamente nella
realtà del suo tempo
CAPITOLO PRIMO
Nella personalità ricca e complessa
di Palmiro Togliatti (Genova
1893-Yalta 1964), come nella sua vita, piena di
avvenimenti non certo banali e comuni, l’aspetto politico predomina su quello privato. È
indubbio infatti che gli elementi biografici e psicologici non debbano essere
assunti come le cause reali dei suoi comportamenti politici. Sarebbe
estremamente riduttivo, non conforme ai
criteri storici: occorre certamente
rintracciare le cause del suo agire politico in valutazioni politiche e
non in altro; tuttavia bisogna anche
tener conto che nella guida del Partito Comunista Italiano tenuta da Togliatti per tanti anni, la sua
personalità ha pure avuto un rilievo non trascurabile. Pertanto ci pare opportuno premettere all’analisi della sua
azione un breve riferimento alla sua formazione
umana e culturale cronologicamente anteriore alla sua attività politica con un
particolare riferimento alla Torino di inizio secolo.
L’Agosti nel tracciare infatti la biografia di
Togliatti precisa che il motivo dell’accentuarsi dell’aspetto politico …..
“…..non è
dovuto solo al fatto che l'aspetto politico è, con ogni evidenza, quello più rilevante nella vicenda del personaggio;
ma anche alla scarsità delle fonti (documenti personali, carteggi privati) che
potrebbero meglio illuminare le altre sue facce, e al carattere per lo più
estremamente «sorvegliato» dei
non molti ricordi autobiografici che Togliatti ha lasciato. Non che l'autore
non sia stato consapevole dell’importanza del Togliatti «privato», delle
molteplici sfaccettature della sua personalità, dell'intensità non meno
sofferta perchè nascosta delle sue passioni e dei suoi drammi interiori” [1]
L’ambiente di provenienza di
Palmiro Togliatti non è la classe operaia e neanche può essere definito il
proletariato, come magari tanti dei suoi
ammiratori avrebbero preferito. In realtà bisogna tener presente che la
guida del movimento del proletariato può essere assunta da persone che abbiano
una adeguata preparazione culturale. E ben difficilmente in un ambiente proletario della fine dell’800 era possibile accedere al mondo della
cultura.
Togliatti
proveniva da un ambiente che,
anche se non definibile proletario, era comunque molto povero. Egli nacque
infatti nel
Fondamentalmente la sua era una famiglia religiosa. Il padre Antonio
aveva frequentato il seminario non per vocazione ma per usufruire di una borsa
di studio istituita da uno zio prete. In seguito aveva abbandonato quel tipo di
studio ma non per questo aveva perso la sua fede che condivideva pienamente con
la moglie,Teresa Viali. Si parla di una
religiosità salesiana, aperta, cioè, non incentrata sul senso della colpa,
del male ma sulla gioia dello operosità.
Segno della religiosità familiare fu anche il nome
stesso di Palmiro che era derivato dal
giorno della sua nascita che era appunto una Domenica delle Palme.
Scrive Bocca:
“ Il clima familiare in cui viveva
non era bigotto, anche se molto religioso. Per abitudine si andava a messa
tutte le domeniche, ma non senti mai il problema religioso con troppa intensità. La
famiglia, lo si è detto, è religiosa,
per tradizione; si può precisare che il suo cattolicesimo è di un tipo particolare, salesiano, aperto a
quegli interessi sociali che hanno smosso qualcosa anche nella Torino
clericale: è suora salesiana una sorella di Antonio, il quale da ragazzo ha
conosciuto don Bosco e spesso racconta ai figli di come guardava, di come
sorrideva, di quel suo magnetismo. I Togliatti non sono bigotti, ma il mondo
cattolico lo conoscono bene, ne sono segnati. Questo sì che conterà sempre nel
figlio politico.” [2]
Togliatti, a differenza di tanti altri esponenti
della sinistra, non fu mosso da
risentimenti dovuti a personali esperienze negative: lucidamente analizzò le
funzioni politiche della religione e
direi soprattutto del clero e della Chiesa, ma guardò ad essi sempre con chiarezza,
distacco e anche rispetto.
Altro aspetto che ci sembra interessante è che la
sua formazione culturale è anteriore a
quella politica. Infatti pur essendo interessato, come tutti i giovani sensibili alle problematiche
sociali e politiche, tuttavia non mostrò poi una particolare propensione alla vita politica almeno fino ai
tempi dell’università. Affrontò quindi il problema politico già con
una adeguata cultura. Egli studiò sempre con grande impegno e d’altronde
su questo in famiglia non si avevano dubbi. Come riferisce Bocca:
“Genitori e figli si vogliono bene, ma i patti sono chiari e duri: se
non vi guadagnate l'esenzione dalle tasse lasciate la scuola; chi di voi
ragazzi non ha l'esenzione va in seminario (ancora quel lascito dello zio
prete). Ma forse non ce n'è bisogno. forse si tratta di esortazioni retoriche,
perchè i figli hanno pienamente accettato la concezione dello studio come
valore primario e progressista, come dovere assoluto.[3]
Egli fu sempre un uomo di cultura, anche in mezzo
alle incessanti cure politiche si appassionava a problemi squisitamente
culturali: erano celebri le sue dissertazioni sul Dolce
stilnovo e le discussioni
filologiche sui termini esatti da
impiegare.
“Spesso
si recava nella redazione dell'«Unità» a
scrivere il resoconto parlamentare «per
fargli vedere come si fa». A volte è pignolo, pedante, un cronista usa troppo
il "quando" gli dice: «Ho visto che usi molto il verbo “quare” al gerundio», ma poi
sa dare le direttive del vero giornalismo: «Scrivete con chiarezza le cose che
avete sentito dire. L'imbecillità dei
nostri avversari risulterà senza bisogno di forzature».[4]
Ebbe sempre
l’aria di professore che
spiegava, insegnava, qualche volta si spazientiva se i suoi scolari non erano
abbastanza pronti a comprendere.
Indubbiamente la cultura dava a
Togliatti un prestigio personale
notevole: si sentiva in lui non solo
l’uomo di parte ma anche l’uomo dotto, con una
visione culturale superiore che conosceva e valutava
le cose con un metro più ampio . E questo fu un motivo non trascurabile del
suo successo.
La cultura di per sè veniva anche prima della parte
politica :
“La cultura è conoscenza delle belle lettere, della filosofia e della
storia scientifica; borghese è l'uso che ne fa a fini politici la classe
egemone, non la cultura in se che i proletari devono rivendicare anzichè
distruggere. La scuola che Togliatti frequenta è una scuola di pochi e già
selezionati: a Sondrio sono suoi compagni i giovani delle famiglie che contano
nella valle, a Sassari i Segni e i Berlinguer. È ingiusto che solo essi
abbiano accesso alla cultura, ma se questo è lo stato di fatto bisogna prenderne
il buono. Il Togliatti politico gradirà l'affiliazione al comunismo di nomi
che rappresentano nella cultura o nella politica la continuità di un'alta
tradizione; avrà cari i Giulio Einaudi, gli Antonio Giolitti, i Giorgio
Amendola.
La cultura ha un valore in sè, è la chiave capace di aprire ogni porta,
di superare ogni ostacolo. Togliatti la userà principalmente, per non dire
esclusivamente, a fini politici, ma rimanendo intellettuale fino al termine
dei suoi giorni, con quel bisogno di capire, di mettere nero su bianco, di
storicizzare, per se, se non per le "creature" affidate al suo
governo.”[5]
CAPITOLO SECONDO
FORMAZIONE POLITICA
L’ambiente culturale in cui si formò politicamente Togliatti fu sostanzialmente
Infatti nel 1911 muore il padre e Togliatti rimane a Torino il cui clima politico
avrà grande influenza sulla sua formazione. I suoi mezzi economici non glielo
avrebbero permesso, ma vinse una borsa di studio per frequentare l’università.
Prima si iscrive a filosofia, ma in seguito più realisticamente opta per giurisprudenza, considerata una laurea che avrebbe potuto dargli una
migliore possibilità di lavoro.
Non si può pensare che il suo pensiero, come
d’altronde la formazione del partito
comunista, nasca per un moto proprio,
senza tener conto delle condizioni socio economiche del tempo;come
osserva Gallerano :
“Il dibattito sulle origini del PCI, infatti, è stato spesso condotto
sul terreno ideologico o in una dimensione tutta interna alle vicende del
movimento operaio, dimenticando le forti spinte e i condizionamenti esterni
che indussero o comunque accelerarono la decisione dei gruppi che a Livorno
abbandonarono il partito socialista.
Vi sono alcuni interrogativi, tornati più volte nel dibattito
storiografico, che è opportuno riprendere e prospettare in una cornice
unitaria, sfuggendo alla tentazione di privilegiarne uno su tutti e di
soggiacere così a una visione monocausale e deterministica della storia.”[6]
Come ricorda ancora Gallerano :
“...
Torino sta celebrando il cinquantenario
del Regno con una Esposizione universale. Crescono le industrie, quella del
cinematografo vi porta una mondanità anomala ed effimera, le grandi ville sulla
collina, i divi sulle automobili foderate di leopardo, le luci dei caffè
concerto. C'è anche l'industria seria, e va formandosi nei quartieri di borgo
San Paolo e della barriera di Milano un'aristocrazia di operai specializzati
che modificano l'immagine tradizionale del socialista. La città è viva, ma il
vecchio ordine si è spezzato; una parte della aristocrazia e quasi tutta la
burocrazia hanno seguito la corte nelle nuove capitali; i rimasti si provano a
diventare industriali o si rassegnano alla polverosa decadenza nei palazzotti
nobiliari …Che cosa è questa industria che porta alla ribalta le moltitudini
sin qui escluse dalla storia? Torino cambia, in un'Italia di grandi mutamenti:.
“[7]
Una particolare importanza poi a Torino
rivestivano le officine Fiat, il cui
valore andava molto al di la del puro dato economico ed occupazionale come giustamente osserva il Gobetti :
" L'importanza delle officine Fiat-Centro trascendeva la mera importanza
tecnica ed economica per produrre e affermare una situazione specificamente
politica. L'industria moderna per eccellenza, l'industria modello si sviluppava
in una città e creava una nuova psicologia del cittadino. Torino diventò negli
anni di guerra la città per eccellenza dell'industria: di un'industria
aristocratica accentrata, attraverso una formidabile selezione di spiriti e
capacità, nelle mani di pochi uomini geniali, di un'industria specializzata
sino a diventare funzione indispensabile e prima cellula di un organismo
economico che ampliandosi a tutta la nazione doveva darle la sua personalità di
Stato moderno. (L'antitesi con Milano non poteva essere più netta: Milano
commerciale di fronte a Torino industriale, Milano liberisticamente
frammentaria di fronte a Torino, organismo iniziale). L'accentramento
industriale creò l'accentramento operaio. La selezione degli spiriti direttivi
promosse e determinò la selezione delle intelligenze operaie, la
specializzazione della mano d'opera[8]
La specializzazione quasi tayloristica della
Torino industriale di inizio ‘900 creavano nell’operaio una coscienza ancora
oscura della sua centralità economica che reclamava anche una centralità
politica.
Nota anche
il Gobetti :
“ Di fronte all' Italia, indifferente a questo processo
turbinoso e troppo celere, pare che a Torino debba incombere un'altra volta il
compito di riconquistare la penisola” [9]
Togliatti
entra quindi in contatto con gli ambienti culturali e politici di questa Torino nella quale
Incontrò e conobbe anche Antonio Gramsci. Come ci
viene ricordato da Agosti :
“Togliatti ha conosciuto di sfuggita Gramsci il giorno delle prove di
concorso per la borsa del «Carlo Alberto», alla fine d'ottobre del 1911.
Successivamente lo ha reincontrato nelle aule di Giurisprudenza e di Lettere:
e, se non una vera amicizia, è nata fra loro una consuetudine al dialogo, che
ha le sue radici nella comune provenienza e conoscenza diretta della Sardegna,
oltre che in una condizione simile di difficoltà economiche al limite
dell'indigenza, non frequente fra gli studenti universitari d'allora.
Certamente stimolato da Gramsci, Togliatti compie una ricerca sulle ragioni
dell'arretratezza della Sardegna: ripercorrendo le statistiche sulla
criminalità nell'isola giunge alla conclusione che «proprio quei reati che
l'opinione corrente considerava manifestazioni di una fatale arretratezza del
costume erano in pauroso aumento con lo sviluppo dello sfruttamento
capitalistico della Sardegna.[10]
Egli rimase
a lungo in contatto con Gramsci : tuttavia secondo Bocca non pare però che fra i due vi fosse una grande simpatia personale :
“Palmiro e Antonio hanno alcune cose in comune: le ristrettezze
economiche, la curiosità intellettuale, l'interesse per lo studio. Il primo è
un giovane esile, il secondo deforme, ammalato di nervi. Ma un genio. L'amico
lo ricorderà come «un giovane bruno, piccolo, egli pure poverissimo in apparenza,
dal corpo tormentato e sofferente e dagli occhi grandi, luminosi. Erano spesso
insieme ma entrambi «scontrosi e chiusi nella ricerca ancor piena di dubbi di
una loro strada, nella costruzione ansiosa della loro persona. L 'amicizia «fraterna
e decisiva» sarà un abbellimento a posteriori. Per cominciare, non è
facile essere amico di Antonio, tanto
affettuoso e generoso con i familiari, quanto sprezzante, scostante, duro con i
conoscenti torinesi. Sta di fatto che nelle sue lettere a casa non nomina
Comunque Togliatti mostrò sempre grande
stima per Antonio Gramsci:
“La dimestichezza con lui» dirà Togliatti di Gramsci «risale per me al
tempo in cui egli, giovanissimo, dedicava ancora la maggior parte della sua
attività alle ricerche scientifiche di filologia (...). Ma fu senza dubbio
parlando di questa scienza ch'egli mi comunicò le prime volte quella visione
della vita e del mondo che doveva fare di lui un marxista.» Con Gramsci,
prosegue il Togliatti delle memorie, «incominciarono presto altri discorsi»,
quelli di cui scriverà a Leonetti: «Come sai, io conobbi Antonio nell'autunno
del 1911, all'Università. Per mesi e mesi non facemmo che incontrarci e
conversare (...). Ora da tutta la conversazione risulta, senza tema di
equivoco, che egli era già fermamente orientato verso il socialismo. “[12]
A Torino egli prende contatto anche con
la cultura dominante che
era ancora tutta impregnata di quel positivismo che pure però andava
spegnendosi. Come notano i Ferrara
” Le tradizioni delle scuole positivistiche si spegnevano, I
positivisti, cui mancava ancora l'animo di aderire apertamente alle nuove
correnti, si dichiaravano però almeno kantiani o neokantiani. Era un primo
passo, non so se fatto in avanti o all'indietro. Annibale Pastore, con il suo
sìstema panlogistico, amava collocarsi, in un suo modo originale , sulla linea
dei nuovi sviluppi, e più in là.[13]
Con la crisi del Positivismo a cui sopra abbiamo accennato,
il pensiero neo kantiano ed hegeliano finiva con il prendere più facilmente una
direzione conservatrice e borghese .
Come rileva il Vacca :
“Così era stata incapsulata e travolta anche quella scuola
“economico-giuridica” che aveva dato vita ad un indirizzo di studi storici e
sociali molto promettenti, ai quali aveva attinto anche il giovane Gramsci. Nel
complesso la riforma dell’’hegelismo di fine Ottocento aveva avuto dunque un
segno di conservazione e di reazione; e se dinanzi ai suoi sviluppi estremi ed
indesiderabili Croce si era tirato
indietro cercando di farvi argine, durante il fascismo la sua voce autorevole
non aveva costituito molto più che una testimonianza. Col fascismo, invece,
aveva fatto lega il Gentile, condividendone fino all’ultimo il destino”[14]
In questo contesto occorreva in qualche modo reinterpretare
il pensiero marxista e questo avveniva anche e soprattutto grazie alle concrete
lotte operaie.
Si opera quindi un distacco di
Togliatti dal suo ambiente di origine
che investe anche in qualche modo i rapporti con la propria famiglia: Come
sintetizzano i Ferrara :
“In
Togliatti venne operandosi allora il distacco definitivo da quegli ambienti di
piccola e media borghesia in cui si era
mossa, pure tra gli stenti, la sua famiglia. egli entrava così in un'altra
classe sociale. Alla famiglia stessa, che non poteva più comprendere il nuovo
animo suo, divenne quasi estraneo, pur continuando a contribuire con tutto ciò
che poteva a superare le difficoltà materiali.[15]
Togliatti conosce inoltre gli uomini di
cultura che allora facevano di Torino un
centro di cultura come ad esempio Fracesco Ruffini, storico dell’idea di
tolleranza, Luigi Einaudi il grande
economista liberale, Arturo Farinelli, esperto di cultura germanica.
Conosce inoltre i futuri dirigenti del partito come Tasca e Terracini,
Da questi incontri nacque “ L’ORDINE NUOVO”
un periodico socialista fondato a Torino il 1° maggio 1919
come evoluzione di un precedente giornale “Città futura” : fu il
maggiore organo rivoluzionario marxista apparso in Italia. In esso convissero due tendenze politica italiana, una autonomista e una riformista, che si rifaceva idealmente al
Mazzini. Ebbe oltre al fondatore Gramsci
tre condirettori: Tasca, Terracini e Togliatti.
Verso la fine dell'estate del
1920 la lotta nelle fabbriche si esaspera: il 36 agosto gli operai metallurgici
proclamano lo sciopero generale e i padroni rispondono con la serrata. Gli
operai occupano le fabbriche. Alla Fiat si decide di continuare a lavorare.
Nonostante la fuga dei tecnici e dei dirigenti, escono ogni giorno 37
automobili, più di metà della produzione normale. Il gruppo degli ordinovisti
sospende la pubblicazione del giornale per partecipare alla lotta nelle
fabbriche, alle assemblee. Prolungandosi la lotta, la tensione fra gli operai
impegnati in uno sforzo rivoluzionario e il partito recalcitrante arriva quasi
al punto di rottura.
Ha inizio così una serie di
dibattiti e di scambi di informazioni fra delegazioni operaie, dirigenti della
sezione e direzione nazionale del partito e del sindacato, cui Togliatti
partecipa attivamente. Egli fa parte, il 9 settembre, di una delegazione
torinese assieme ai compagni Benso e Tasca e a un tecnico della Fiat.
L 'occupazione finisce poi il 26
settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una
onorevole via di ritirata, i miglioramenti salariali e normativi riescono in
qualche modo a rendere accettabile la situazione
Togliatti sull'«Avanti!» esorta
gli operai a respingere l'illusorio controllo operaio delle fabbriche, a non
prestarsi a forme equivoche di collaborazione come la cogestione proposta da
Giovanni Agnelli.
Gobetti
nel 22 cosi commenta il carattere
della rivista e dell’opera particolare
di Togliatti :
“È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze
oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e
per l'azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di
chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si
nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto
ancora responsabilità direttive nell'azione, è tratto alla politica da una
solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura
un'irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono
aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa
sospensione di giudizio.[16]
La rivista ebbe notevole importanza non solo
nella formazione del proletariato ma anche nelle sue azioni concrete. Come
ancora giustamente osserva il Gobetti:
“La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti
dei proletari, che ne attesero la parola d'ordine nelle lotte più gravi, nei
momenti più incerti. L'occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per
la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l'azione della
nuova aristocrazia stava il peso morto dell'eredità socialista, l'incapacità
dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito
reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria
degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più
profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità
risolutrice.”[17]
Le
pubblicazioni furono poi soppresse all'avvento del fascismo anche se furono
riprese saltuariamente fino al 1924
Si è molto discusso sull’affettiva adesione
di Togliatti al Partito ma certamente la
sua maturazione politica fu lunga e meditata
Togliatti stesso afferma che si
iscrisse al Partito socialista nel 1914
ma vi sono alcuni dubbi in proposito. Bocca riferisce:
“Palmiro Togliatti ripeterà, in svariate occasioni, di essersi iscritto
al Partito socialista italiano nel 1914; e lo metterà per iscritto nel 1924
sulla Enquete pour les delegues au VI congrès de l'Internationale communiste.
L 'incendio che ha distrutto il 18 dicembre del 1922 gli archivi della sezione
socialista di Torino ha eliminato la prova documentaria.
Andrea Vigalongo, allora studente operaio iscritto al partito e poi uomo
dell'«Ordine Nuovo», è nettamente per il no: «Nel 1914 frequentavo assiduamente
il fascio giovanile cui Togliatti, avendo meno di 25 anni, avrebbe dovuto
aderire. Non ho mai visto al fascio ne lui ne Gramsci, se fossero venuti li
avrei certamente notati, eravamo non più di sessanta, ci conoscevamo tutti.
Nel 1915 ho lavorato nella segreteria amministrativa della sezione. Gramsci
allora c'era, ma Togliatti no. Toccava a me ritagliare gli indirizzi degli
iscritti per la spedizione del materiale.”[18]
Tuttavia appare chiaro che poi la questione
non è molto rilevante.
Molto interessante invece è considerare l’atteggiamento che aveva assunto nei
riguardi della guerra.
Seguendo quello che fu poi un generale
movimento della sua età, fu
interventista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale : ma il suo
interventismo va inquadrato, non nell’esaltazione nazionalista (come per
Mussolini), ma nella prospettiva democratica di Salvemini
Come nota Agosti:.
“Certo, pare da escludersi che si tratti di un interventismo ispirato ai
miti correnti del nazionalismo, e anche, malgrado l'indubbio ascendente
iniziale, che ricalchi pedissequamente quello di Mussolini: è invece
nell'interventismo democratico di Salvemini che egli probabilmente si
riconosce, soprattutto laddove questi prevede che «un'Inghilterra vittoriosa
imporrà certamente il libero scambio alla Germania e ne conseguirà un trionfo
della libertà commerciale in tutta Europa». Questo specifico motivo liberista
dell’interventismo di Togliatti riceverà piena conferma dai suoi primi articoli
sul “Grido del Popolo”[19]
Togliatti quindi chiese l’arruolamento
volontario ma giudicato non adatto al sevizio militare per miopia fu poi arruolato nella Croce Rossa: tuttavia per motivi di salute, essendo sopravvenuta un
lunga malattia, non prestò praticamente
servizio
In
questo modo in realtà egli fu lontano da quell’insieme di esperienze, di
pericolo, di abitudine alla violenza, di frustrazione che fu bagaglio psicologico che tanti
“ufficiali di complemento” riportarono nella vita civile e nella politica.
Non sempre ci è chiaro l’itinerario effettivamente
seguito da Togliatti che certamente fu meno lineare e semplice di quello che
una certa schematizzazione a posteriore tende e ricostruire. Osserva Agosti
“Quali siano, in questo processo di formazione culturale per tanti
aspetti simile a quello di molti suoi coetanei, le tappe fondamentali
dell'accostamento di Togliatti al marxismo non è documentato, ancora una volta,
se non dalla razionalizzazione da lui stesso compiutane a posteriori: il passo
decisivo sarebbe stato, secondo il resoconto fatto a Marcella e Maurizio
Ferrara ne 1953, la scoperta di Antonio Labriola: «i suoi testi di spiegazione
e di approfondimento del marxismo, lo scritto In memoria del Manifesto dei
comunisti, i Saggi intorno alla concezione materialistica della storia e
Discorrendo di socialismo e di filosofia erano letti, riletti, studiati,
commentati». È un'affermazione che va «tarata» alla luce dell'operazione
politico-culturale da Togliatti stesso condotta dopo il rientro in Italia nel
1944, e mirante a ricostruire un particolare albero genealogico del marxismo
italiano. È più probabile che la sua adesione al marxismo, che negli anni
universitari non era ancora un fatto compiuto, sia maturata attraverso un
percorso meno lineare e intessuto di componenti molteplici ed intricate. Forse,
rispetto ad altri itinerari con lo stesso approdo seguiti dalla prima
generazione del comunismo italiano, contano in questa adesione di più lo studio
e la curiosità intellettuale che non una motivazione esistenziale, alimentata
da una ribellione allo stato delle cose esistente. E tuttavia due fattori
appaiono decisivi nel determinarla: il primo è l'inizio dell'amicizia con
Gramsci, il secondo l'incontro con il movimento operaio torinese.”[20]
A noi sembra che in realtà la adesione piena, completa e consapevole di Togliatti al socialismo è qualcosa di maturato razionalmente e lentamente e non con semplice slancio della
giovinezza,come d’altra parte è da aspettarsi dallo stile psicologico del
personaggio.
CAPITOLO TERZO
L’INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO
Notevole è che Togliatti si rese perfettamente
conto della natura del fascismo
nella della realtà del momento
storico, mostrò di non lasciarsi prendere dall’entusiasmo, non lesse la realtà alla luce delle aspirazioni,
scambiando realtà e desiderio. In questo egli manifestò perspicacia storica e
politica maturata anche negli studi seri della sua giovinezza , ma era
soprattutto un aspetto della sua
personalità che in seguito lo fece apparire come la guida sicura, colui che sa
quello che si deve fare in ogni
circostanza, al quale quindi affidarsi.
Egli fu tra
i primi, fra i pochi che compresero che
il fascismo e i movimenti affini di destra non erano semplicemente una vuota
apparenza ma avevano un loro base sociale ed economica, e non facilmente
sarebbero stati sconfitti e inviati nella pattumiere della storia. Non era
qualcosa di inspiegabile, tutto nella
storia ha delle motivazioni.
Come osserva il
Ragionieri:
“ questi problemi restano ancora una volta in gran parte
sconosciuti per i nostri studi. Che abbiano, invece,ad essere affrontati e
indagati con la massima serietà, è questo un problema che non intessa solo gli
studi storici in senso ristretto,
rigoroso superamento della InterpretazIone del fascIsmo come “invasione degli
Hyksos” è in Italia, ma non soltanto in Italia, il modo più fondato di prendere
coscienza. La eredità del fascismo nel mondo contemporaneo,è di prenderne
coscienza per liquidarla.[21]
Fra quelli che hanno richiamato l'attenzione sul
Togliatti “studioso e teorico” fu proprio De Felice che coglieva negli scritti
del dirigente comunista la capacità di mettere a fuoco la costruzione del
regime di Mussolini e la sua base di
massa.
A questo proposito va tenuto in debito conto
l’analisi di Togliatti sul fascismo che ebbe come uno dei momenti culminanti le
lezioni tenute a Mosca nel ’35 davanti a
comunisti italiani esuli.
L'analisi di Togliatti
mette infatti in luce la novità del
fascismo cogliendo le particolarità
nazionali, le differenze e le analogie del fascismo con il fordismo americano,
insiste sul ruolo di “direzione politica” assunta dal fascismo, capace di
unificare gli elementi eterogenei della classe dominante, senza fermarsi
all'aspetto coercitivo della dittatura mussoliniana. Coglie quindi la capacità di costruire un consenso di
massa, di mobilitare la piccola borghesia nelle proprie organizzazioni. é veramente esemplare l’analisi di Ernesto Ragionieri del
dopolavoro:
“Esemplare in proposito la lezione sul dopolavoro, che il
testo stesso degli appunti consente di avvertire come una sorpresa, piu ancora
che come una novità, per ascoltatori abituati a derivare la fiducia nel successo
della loro drammatica lotta dalla convinzione della completa incapacità del
fascismo ad affrontare
positivamente il problema del suo rapporto con
le masse. Togliatti individuava nel dopolavoro la « piu larga delle
organizzazioni fasciste », e ravvisava l'origine della ampiezza di questa
organizzazione nella insufficiente [22]
In altre parole, i limiti e le contraddizioni
dell’antifascismo comunista degli anni Trenta non dovrebbero essere visti
semplicemente nell’ottica della disciplina e della subordinazione a Stalin, ma
nell’ottica di una cultura politica che identificava lo Stato sovietico con la rivoluzione
mondiale.
.
Togliatti rilevava,
quaranta anni prima di De Felice, che, a
differenza dei vecchi movimenti reazionari che facevano riferimento alle poche
cerchie di privilegiati, in realtà essi
si rivolgono alle masse e che pertanto può essere definito un “movimento reazionario che ha una base di
massa”: il fascismo si presenta sotto l'aspetto dell'offensiva del capitale
contro la classe operaia. I due aspetti vanno
entrambi parimenti ricordati. Come nota
Ragionieri:
“Guai ad insistere unilateralmente
soltanto sul primo o sul secondo dei due aspetti. Dimenticare il primo significa mettere in ombra
la natura della unificazione politica della borghesia italiana realizzata dal
fascismo e quindi oscurare il ruolo
necessariamente antagonistico e protagonistico della classe operaia nella lotta
contro il fascismo[23]
Togliatti critica pure il
fatto di impiegare il termine 'fascismo' in una accezione così generale da
servire a designare le forme più diverse dei movimenti reazionari borghesi, e
insiste sulla necessità di far precedere a qualsiasi tentativo di
generalizzazione l'individuazione delle particolarità dei singoli movimenti che
si possono avvicinare al fascismo.
Ritiene pure
che il fascismo possa affermarsi solo in presenza di una struttura economica
debole, che obblighi la borghesia ad esercitare una pressione più intensa per
mantenere il controllo completo sulla vita economica e politica del paese, e di
uno spostamento e di un movimento di masse di piccola e media borghesia urbana
e rurale. Individua come tratti che caratterizzano il "fascismo
tipo", cioè il fascismo italiano, la soppressione del regime parlamentare
e la distruzione fino alle estreme conseguenze "delle libertà democratiche
formali", che comporta il rifiuto di ogni compromesso con la
socialdemocrazia.
A mò di esempio riportiamo
le parole di Togliatti in una riunione del PCI nelle quali appare chiaro
la profondità e il realismo della analisi della
situazione, ben lontana dal semplicismo e dalle ingenue aspettative di chi riteneva che per
”.A questa crisi politica
del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi
dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio,
ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o
nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola,
di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano
preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un
atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona
parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si
sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un
altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla
Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva
fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto
complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente
antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva
nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura
economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze
economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la
liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche
degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che
dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati
dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno...
Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del
Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della
borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come
Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»[24]
Opportunamente l’importanza delle “lezioni”
anche nell’ambito della cultura e nella formazione dei quadri dirigenti comunisti viene messo in luce da
Agazzi e Brunelli :