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ANNO 138 d.C.

QUI il riassunto del   PERIODO DI ADRIANO - dal 117 al 138 d.C. 


*** LA MORTE DI ADRIANO
*** IL SUO MAUSOLEO (Castel Sant'Angelo))

Siamo al 1° GENNAIO, lo avevamo anticipato lo scorso anno, il figlio adottivo di Adriano, Ceionio, (o meglio Elio Vero) colui che doveva succedergli come imperatore, mentre si accingeva a relazionare in Senato la situazione della sua provincia, stramazzò al suolo fulminato da una emorragia.

Adriano ne fu stravolto e se già la sua avversione verso i propri simili era arrivata nella fase più acuta, con questo fatto, la sua misantropia toccò quella più devastante e psicologicamente autodistruttiva del corpo e dell'anima. 

Passarono solo 24 giorni e fu lui ad essere colpito da una fase acuta della malattia che gli consumava il corpo, lo prostrava, lo rendeva ribelle a medici, amici e conviventi. Erano gli ultimi giorni del divino Adriano, in cui la sua malattia, un'emorragia interna -forse una idropisia pleurica- gli faceva gonfiare il corpo, lo faceva sanguinare, lo distruggeva fisicamente e moralmente. 

Ma il monarca assoluto non era pronto per quella stessa morte che dava facilmente agli altri. Si rendeva conto di dover abbandonare questo mondo, e in questo 24 GENNAIO, chiamò presso di sé i più importanti Senatori e comunicò loro di avere l'intenzione di adottare per la sua successione Elio Antonino, lontano parente di sua moglie Sabina figlia di Marciana, sorella dell'Imperatore Traiano, uno degli uomini più facoltosi della capitale, che ancora nel 117 aveva sposato Faustina Maggiore, figlia del defunto Elio Vero Ceionio, e che quindi diventava anche zio di Annio Marco Aurelio (fidanzato con sua figlia Faustina Minore) e di Lucio Vero, l'altro figlio di Elio Vero.

Il 25 FEBBRAIO convinse Antonino ad accettare la successione e ad adottare sia il giovane figlio del defunto Ceionio, Lucio Vero, che il nipote Annio Marco Aurelio in quanto entrambi avevano goduto dell'ammirazione e dell'affetto di Adriano. Era quindi assicurata in questo modo la successione per due generazioni che diede origine alla dinastia degli ANTONINI.

 Eliminata questa incombenza, aumentarono i bizzarri comportamenti dovuti all'isolamento; e chi lo visitava ne riferiva le scene contrastanti, drammatiche, farsesche, alle volte violente e alle volte stupide e banali. Adriano combatté per cinque mesi la sua battaglia più importante contro la malattia, ma le sue strategie non funzionarono, le difese neppure; l'invincibile Adriano era disarmato, l'onnipotenza svanita, il "nulla" avanzava inesorabile. 

Il 10 LUGLIO, prima che l'uomo fosse del tutto vinto, pensò al suicidio. Tentò invano anche quest'ultimo atto estremo, fin quando non gli apparve la vera morte. Con un impeto di ironia o forse con il sarcasmo di sapersi impotente ci scherzò pure: disse ai presenti che "andava dove non c'era più la possibilità di scherzare", poi si spense.

Il dio dell'impero romano era morto. Era appena spirato l'uomo divino, il potente, il monarca assoluto. Era ancora caldo il corpo del "signore di tutti e di ogni cosa" che già al Senato si era sollevata una opposizione violenta per non concedergli i funerali per l'entrata nell'Olimpo dello stato romano come divus. Qualcuno rimestando impietosamente nel suo passato rammentò la dubbia lettera del 117, considerata falsa, quindi rievocò l'usurpazione. Altri ricordarono il suo cesarismo, il suo presidenzialismo, la sua autorità, e tutti i torti subiti.

(Tacito era morto già da diversi anni, 18, i suoi scritti sulla libertà degli uomini contro la tirannia dei potenti erano un faro che per un momento aveva illuminato tutti coloro che aspiravano alla giustizia e alla legalità, che arriverà a illuminare perfino l'epoca di Rosseau e Voltaire e quindi fino alla rivoluzione francese contro la tirannide del potente di turno, ma era un faro che si spense subito; un altro monarca era all'orizzonte, più paternalistico, più pio, ma essenzialmente un monarca. E Tacito e i suoi libri furono nuovamente chiusi, non si apriranno più fino al 1451 (quando vennero nuovamente alla luce dalla polvere dei conventi dov'erano stati seppelliti. Troppo pericolosi da far leggere).

La immediata impietosità di tutti quegli uomini che avevano esaltato Adriano, che sembrava inossidabile in superficie, inesorabilmente iniziarono a scavare sotto la crosta tante macchie di ruggine; erano stati 22 anni che qualcuno non aveva mai dimenticato. Insomma malgrado tante apparenze di buonismo, di efficienza, di saggezza, il suo biografo scrisse lapidario "odiato da tutti". Il "divino" era morto come tutti i mortali, ed era anche morto e subito dimenticato anche l'"uomo" e l'"imperatore". E per un motivo solo, Roma stava cambiando ma non lo sapeva ancora. La "romanità" nelle province, anche questa. Non era ancora il crollo; ma questo era solo rimandato.


CASTEL SANT'ANGELO lo aveva progettato Adriano stesso mentre si trovava in Egitto. Aggirandosi tra i sepolcri dei faraoni era rimasto molto impressionato per l'imponenza e la spiritualità che quei luoghi e quelle costruzioni incutevano. Tali impressioni le ritroviamo nelle sue memorie. Certamente si convinse di essere anche lui un padre dell'umanità, un divino, e forse proprio  in Egitto concepì la sua tomba, il suo mausoleo, un grandioso monumento da lasciare ai posteri, così come avevano fatto i re-faraoni che a Karnak riposavano in quelle tombe da 3000 anni.

Nel 132 appena rientrato a Roma, aveva riunito un gruppo di architetti e di maestranze ed aveva sottoposto il suo progetto nei minimi dettagli. Dopo circa due mesi furono subito iniziati i lavori, portando sul posto via mare e Tevere, montagne di travertino. Si era quindi lavorato alacremente per cinque anni e nel corso di quest'ultimo anno l'intera opera era stata ultimata. Gli architetti stavano mettendo le ultime pietre sulla sommità (dove oggi c'è l'Angelo);  su questa, su un basamento doveva essere appoggiata il colossale gruppo equestre in bronzo: una quadriga di cavalli che scalpitano e con Adriano alla guida; il tutto proiettato verso il cielo.

Lo scultore verso la fine di quest'anno ha già preparato il bozzetto da far vedere ad Adriano ormai isolato nella sua villa a Tivoli, malato, tragicamente solo, immerso nei più cupi pensieri. 
Forse era tormentato dagli incubi, forse gli venivano in mente solo le crudeltà, le sue barbarie, i mille villaggi e città distrutti in Palestina, i fantasmi di 580.000 ebrei fatti massacrare nella rivolta giudaica a Gerusalemme o quelle donne, vecchi e bambini venduti o rifiutati al mercato;  e tante e tante altre situazioni. 
Lui che conosceva bene la guerra ed era un maestro di mezzi e di tecniche belliche; lui che con le sue decisione sapeva sempre  intervenire per cancellare un mondo e ricostruirne subito un altro; lui che se la situazione lo richiedeva si era mostrato crudele pur di giungere ad una vittoria o affermare sul luogo la romanità e soprattutto il culto della sua persona;  ora tutto queste capacità  non servivano a nulla per questa sua "ultima guerra";  la falce della morte che lui aveva usato con tanta disinvoltura  stava falciando proprio lui del tutto impotente.

In tempi lontani, quando aveva concepito questa quadriga, non avrebbe mai immaginato che proprio a lavoro compiuto, quel carro sarebbe stato pronto per i suoi giorni più bui e a un passo dalla morte; e forse risuonandogli  quel grido della maledizione che gli aveva indirizzato il capo degli Ebrei, ebbe la sensazione, che quel viaggio sulla quadriga non sarebbe stato verso il cielo, ma verso l'inferno come aveva profetizzato quel messia. 
Un mondo che lui, il grande Adriano, non poteva né distruggere né ricostruire a sua immagine e somiglianza. Era l'oltretomba. Il Nulla che lo aspettava.

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