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CRONOLOGIA

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ANNO 99 d.C.

Qui il riassunto del PERIODO DA NERVA fino  A TRAIANO ( dal 97 al 117 d.C.)
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*** TRAIANO IMPERATORE
***TACITO PUBBLICA "GERMANIA"

Dopo aver ricevuto la notizia della sua nomina, TRAIANO dalla Germania, in primavera, scende in Italia e raggiunge finalmente  Roma. Il viaggio non era di quelli che di solito i romani avevano visto fare fino allora, sfarzosi e coreografici come quelli di tanti altri predecessori che volevano sempre stupire, spesso facendo sfilare davanti a loro i prigionieri o i re sottomessi in catene.

Tuttavia l'ingresso nella capitale del nuovo imperatore fu una delle entrate più trionfali della storia di Roma, per il semplice motivo che Traiano entrò nella città semplicemente a piedi sotto gli applausi entusiastici di tutte le classi di cittadini.

I dubbi che alcuni avevano espresso sulla condotta futura di questo nuovo imperatore che solo gli addetti conoscevano furono presto fugati da questo suo arrivo senza pompa magna.

Egli non pretese onori divini, mostrò subito una certa riluttanza a certe espressioni di regalità, non volle il palanchino ondeggiante, i battistrada, l'abbraccio ai piedi dei sudditi, il bacio alla mano dei nobili, e tutti gli (per lui)  avvilenti simboli che molti avevano mutuato dalle corti orientali. 

Al ricevimento non volle neppure il posto d'onore, scelse un posto qualunque, e tale atteggiamento, contrariamente a Domiziano che non mangiava neppure se partecipava a una manifestazione dove non c'era  fasto, Traiano lo conservò per tutta la vita. Plinio  andava affermando "è uno di noi, è uno come noi". Questa identificazione presto si estese nella popolazione. Finalmente -dissero- uno che non si dà le arie di uomo superiore solo perchè ha i gingilli addosso.

Questo non significa che non osservò certe consuetudini del Senato, anzi  volle rispettare scrupolosamente i tradizionali formali rituali, attirandosi le simpatia della classe senatoria. Una classe che davanti a un uomo energico e sicuro di se' come Traiano  non poteva che riconoscere la propria  debolezza, una anacronistica  incapacità di governare. 
Al suo interno la composizione era infatti mutata da tempo; composto da elementi che erano dei semplici servitori civili dello Stato, lo abbiamo visto negli scorsi anni. Costoro non rappresentavano più nulla, i Flavi (salvo quelli pericolosi che avevano fatto uccidere) non li avevano nemmeno più considerati veri e propri nemici, li avevano perfino declassati perché a questa "dinastia" aristocratica  mancava lo spirito d'iniziativa e mancava loro il senso della responsabilità. Avevano i Flavi  perfino rinunciato  a buttarli fuori visto, erano degli zombi, agivano come dei lacchè, senza dignità, sempre pronti ad acconsentire, quindi non pericolosi, ma solo ornamentali.  

Vi avevano rinunciato e concentrarono le loro attenzione sui funzionari, sui militari, su quelli che di fatto avevano in mano il potere, l'amministrazione, l'esercito. Solo con la piena collaborazione di soggetti capaci potevano portare avanti alcune riforme, o metterli a governare le province. E se era necessaria l'abilità e la conoscenza dei problemi reali che andavano sempre di più a investire il Paese e l'Impero, importante era anche l'autorità, cosa che ai militari non mancava di certo, era nella loro natura e formazione il comando.

Traiano non si discostò molto da questo atteggiamento, ma questa volta gli venne incontro anche la solidarietà dei senatori, le recenti negative esperienze avevano fatto apprendere a loro qualcosa. Erano stanchi di pronunciare sentenze l'uno contro l'altro (le delazioni sotto Domiziano) per salvare ad ogni costo il proprio seggio o per conservarlo a lungo. Un ventata di saggezza e severa autorità ritennero che era necessario. E l'uomo sembrava che possedesse entrambe le due qualità, e la seconda  senza eccessi.

Traiano infatti li soggiogò, anche se per tutto il suo mandato si comportò come i suoi predecessori, ma ebbe un altro stile. Dimostrò di non essere solo un valente soldato ma una persona dai seri propositi, di grande abilità amministrativa, con una grande visione dei problemi generali.. La sua politica, con tanti personaggi insignificanti che vi partecipavano come consiglieri, si è indotti a credere che fosse decisa più solo da Traiano. Era lui che dominava senza darne l'impressione.
Plinio nel suo epistolario decennale con l'imperatore ce ne ha lasciato una vastissima testimonianza.

 Plinio che non si vergogna di apprezzare quelle briciole di potere che Traiano lascia cadere ai senatori. Infatti lo strapotere di Traiano non fu meno grande di quello di Vespasiano e Domiziano (cioè dittatoriale) soltanto il modo di fare e lo spirito del suo operato fu diverso. Considerava i senatori suoi amici, riconosceva l'influenza del loro prestigio, apprezzava la loro autorità, ma poi nelle discussioni era abile a portarli su quelle posizioni dove lui aveva già deciso tutto.

Se questo comportamento lo avesse adottato Domiziano, campava cento anni.


TACITO pubblica Germania. Una interessantissima monografia e una importante testimonianza storica sui popoli e sulle tribù che abitavano in questo periodo gli inospitali  luoghi della Germania. Un'opera breve, ma di grande efficacia descrittiva e anche polemica, sottintesa ma valida, che vuol far risaltare, in contrasto con i costumi corrotti della Roma imperiale, la sana, seppure rozza e barbarica concezione della vita dei Germani. Ci narra Tacito del suo triste clima, dell'aspetto fisico, della vigoria dei suoi abitanti, delle loro consuetudini in pace e in guerra, facendo risaltare sia il loro senso della famiglia sia la loro passione per la guerra.

Quest'Opera rimane l'unica fonte, a parte qualche schematica notizia di Giulio Cesare, intorno alla vita di quei popoli nell'antichità.

Grimm nella sua Deutsche Mythologie dirà in seguito "l'opera immortale di un Romano venne a collocarsi nella storia tedesca come un'aurora"

Era grande l'abisso che separava il mondo germanico dalla società romana: il primo era animato da un singolare dinamismo, unicamente rurale, illetterato, senza una vera organizzazione statale. La seconda, un po' decrepita, fondata sulle città e sul diritto scritto, sempre sottoposta a una autorità di una burocrazia continuamente in crescita.

Tacito ci narra "non abitano in città, non sopportano abitazioni contigue, vivono isolati, separati. Costruiscono la propria casa senza impiegare pietra ma solo tronchi, con uno spazio attorno libero. Per coprirsi hanno un saio tenuto da un fermaglio" e forse riprendendo alcuni passi di Cesare prosegue "Sono uomini di mostruosa statura e di prestanza incredibile. Basta che vi guardino e siete presi dalla paura".

Si nutrivano di carne, latte e formaggio e dall'orzo già ricavavano la birra. L'allevamento "è la loro sola ricchezza, la carne è il loro maggior gradimento" dice Tacito. Appena arrivavano su uno spazio  adatto agli allevamenti, la popolazione aumentava e più era stretto lo spazio, più rapido era il sovrappopolamento, cosa che rendeva dopo un breve periodo necessaria l'emigrazione se non di tutta la tribu', almeno dei suoi elementi più giovani e più combattivi, per cercarsi "spazi vitali" in altri luoghi, e se in questi vi erano tribù deboli non disdegnavano di attaccarli per farli sloggiare.

Ai Germani risultava difficile trasformarsi in contadini, dovevano essere dei guerrieri. Reinold  scrive: "hanno l'amore per la terra ma non della loro". Sono in continua emigrazione seguendo spesso i corsi dei grandi fiumi, dove si stanziano in radure ai margini delle grandi foreste.

Ma quanti erano? Secondo Hans Delbruck, nonostante la dimensione del territorio, tra il Reno e l'Elba, non ci poteva essere una popolazione superiore ai due milioni di abitanti, divisi in circa 80 tribù con circa 25.000 elementi ognuna, uomini donne e bambini compresi. Non dovremmo quindi tenere conto di certi numeri riportati da compiacenti panegiristi dell'epoca nelle campagne militari romane che avevano il vezzo di moltiplicare per dieci i nemici messi in fuga o uccisi in combattimento in modo da consegnare alla storia un grande imperatore vincitore, o moltiplicavano per venti per giustificare una battaglia persa. Erano molto meno. Una tribù poteva contare al massimo 4-5 mila uomini adatti a combattere. Solo in seguito quando molte tribù si unirono iniziarono a rappresentare un pericolo. E a far nascere queste unioni contribuirono quei "barbari" che avevano assimilato le tecniche guerriere presso i romani stessi, ed alcuni addirittura erano stati allevati a Roma.

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