60. GENESI
DI UNA MONARCHIA EUROPEA
(INGHILTERRA: da Giulio Cesare a Guglielmo)
L’Inghilterra di GUGLIELMO il conquistatore.
( da Giulio Cesare a Riccardo, Guglielmo, Canuto, Edoardo )di Vincenzo Piras
Premessa
Oggetto di questo studio sarà l’analisi del progressivo percorso della monarchia inglese attraverso i secoli fino alla conquista normanna nell’ XI secolo. Celti, romani, anglosassoni, vikinghi, normanni; D’ora in poi, con la fine dell’occupazione romana e le immediatamente successive invasioni anglosassoni, matureranno gradualmente in quest’isola le condizioni per lo sviluppo di una monarchia stabile e forte che sarà modello per la formazione di tutti gli stati europei.
Ancor oggi l’istituzione monarchica è per gli inglesi parte fondamentale e irrinunciabile della loro cultura. L’attenzione sarà indirizzata principalmente alla leggendaria impresa del duca di Normandia Guglielmo il bastardo che nel 1066 ad Hastings sconfisse l’esercito del re anglosassone Haroldo II. Dopo secoli di isolamento l’Inghilterra entrerà a far parte del circuito continentale. Si darà uno sguardo dall'alto alle varie invasioni con un doveroso accenno alle due imprese di C.G.Cesare negli anni 55 e 54 a.C. quando scoprì e, per così dire, aprì alla storia le strade dell‘isola.
Seguirà una breve analisi sull’insediamento degli invasori anglosassoni che annienteranno l’autoctona cultura celtica promuovendo la formazione di sette regni (eptarchia) che per quattro secoli lotteranno per il controllo dell’isola fino alla raggiunta egemonia del regno di Alfredo il grande del Wessex che riuscì nel IX° sec. ad unificare tutta la parte meridionale d’Inghilterra.Cap. I°
Inghilterra romana: dalla preistoria alla storia.<<Il primo dunque ad approdare nella Britannia con l’esercito fu il divo Giulio Cesare…>> (Tacito)[1]
Sita oltre i limiti estremi del mondo conosciuto, la Britannia appariva alle legioni romane come una terra lontanissima e sperduta, avvolta da nebbie perenni e circondata dall' oceano, ultimo avamposto prima del vuoto, del terribile niente. Erano le colonne d'Ercole dell'estremo settentrione, dove solo giganti e mostri di ogni genere avevano asilo. Abituati al cabotaggio relativamente sicuro e accessibile nel "mare nostrum" in cui Roma vinse e sottomise Cartagine facendone un mare privato,[2] i mari furiosi di settentrione si presentavano loro inaccessibili e preclusi alle troppo leggere unità navali romane. Sappiamo bene quanto i legionari fossero terrorizzati e allo stesso tempo ossessionati da questo limite temutissimo se, poco prima della prima spedizione di Cesare (55 a.C.), alcune legioni rifiutarono di imbarcarsi per percorrere quei maledetti 50 chilometri di mare e solo dopo mille esortazioni si riuscì a convincerli. [3]
Cesare non sottomise l’isola, ritenendo opportuno accettare la resa di potenti e ricchi sovrani con un cospicuo pagamento di tributi. Ne spianò comunque la strada alla conquista stabile. Seppure Tiberio (14-37 d.C.) rinunciò all'impresa stabilendo una politica di non intervento fuori dei confini [4] -certo la terribile disfatta delle truppe del suo generale Varo nei meandri del bosco di Teutoburgo (9 d.C.) costituì un fortissimo deterrente- e, se il successore Gaio minacciò la spedizione con tanto di preparativi rinunciando all'ultimo momento, [5] spettò a Claudio ratificarne il dominio (43 d.C) con la formazione della provincia di “Britannia”. Alla compagine di piccoli clans dispersi e disuniti che le legioni incontrarono (la confederazione di britanni guidata da Cassivellauno costituì un eccezione) si sostituì la formazione di piccoli potentati "clienti" dell'impero. Presto gli inglesi dovettero accorgersi che la pressione di Roma non era solo nominale e liquidabile facilmente con il pagamento del tributo annuo. Del resto è interessante rilevare quanta valenza abbia avuto per i romani l'impresa.
Se Augusto non riuscì a portare il "limes" fino all'Elba, la conseguente cristallizzazione dei confini dovette dare un ulteriore impulso alla creazione di una nuova provincia. A Roma stessa la Britannia era oggetto di grande interesse. Se ne parlava ai fori, al senato, alle terme o nelle locande dove, magari accompagnati da un buon vino caldo, si parlava dei suoi spazi sconfinati, dei suoi abitanti misteriosi e di quanto sarebbe stata utile all'Urbe una sua eventuale conquista. La Britannia catalizzava l'interesse di tutti i cittadini e i romani non ammettevano certo limiti al proprio diritto di conquista . La presa dell'isola dell'oceano si auspicava, si pretendeva. Quale migliore occasione sarebbe stata per un generale in carriera la conquista di nuovi territori? Ma non solo propaganda; la Britannia sarebbe stata di grande aiuto economico per le truppe ormai stanziate permanentemente sul Reno (si immagini quanto pesantemente dovesse incidere sul bilancio imperiale il mantenimento delle truppe nella Belgica e in Frisia) ma sottoposte regolarmente alle ribellioni locali di una Gallia non ancora saldamente controllata (da lì a due anni il disastro ad Alesia) e non certo rassegnata a perdere le proprie autonomie. Un focolaio che Roma non poteva permettersi di sottovalutare. L'isola offriva stagno argentifero, ferro, argento e tanto grano; tutte materie indispensabili per la permanenza delle truppe da una parte all'altra della Manica. I collegamenti col continente dovettero essere già normalmente assicurati da quei popoli (Belgi) che poco prima di Cesare invasero l'isola passando dallo stretto che collegava l'odierna Boulogne alle coste della Canzia (Kent) .[6]
Cesare ben sapeva dei rapporti stretti che univano alcune popolazioni della Gallia del nord e l'isola dell'oceano e giustificò le proprie mire con la necessaria esigenza di spezzare i legami tra le tribù inglesi e quelle galliche, specialmente i Veneti.[7] Sapeva che britanni e galli facevano vicendevole spola tra le due coste della Manica e che non mancavano di fornire i propri guerrieri contro il nemico comune. L'impresa imperiale diede ulteriore impulso alla formazione di piccoli potentati federati o, se vogliamo, regni che, profittando opportunamente della protezione romana, assicurarono l'avvenire strutturale della monarchia più potente d'Europa, specie con la fondazione di case reali imparentate con quelle continentali.
Del resto ne avrebbero giovato sia i dominatori che i dominati: i britanni, limitandosi a pagare il tributo, sarebbero stati protetti da eventuali disordini interni, specialmente dalle popolazioni celtiche del Galles e della Cornovaglia che, imbelli e turbolente, continuavano a creare disordini e a rifiutare con ostinazione le ingerenze romane. I romani poi, come si è detto, avevano tutto da guadagnare dalla nuova piazzaforte insulare che ridisegnava ancora una volta ( con importanti esiti sociali e propagandistici ) la geografia dell'impero.
Cesare continuò la politica dei suoi predecessori permettendo agli autoctoni delle regioni conquistate di autogovernarsi. E così fu per la tribù dei Trinovantes dell'Essex, per i quali, dopo loro richiesta, agevolò l'insediamento al trono di un giovane principe, Mandubracio[8] il padre del quale fu ucciso dal re Cassivellauno. Ed è proprio la casa dei cattuvellauni che durante il periodo tra Cesare e Claudio (41-54 d.C.) non cessò mai di rafforzarsi.
Roma creò così una signoria che aveva il dovere di pagare i tributi e usufruire del privilegio di protezione se mai fossero stati importunati dai regnicoli vicini. Gli aristocratici inglesi - spesso galli trasferitisi nell'isola - erano certo ben compiaciuti delle importazioni dall'impero e a loro volta incrementarono le esportazioni di prodotti e merci utili non solo alle truppe di stanza al nord ma anche agli stessi signorotti della Roma abbiente. Schiavi, pellami, oro, argento e i richiestissimi cani da caccia inglesi erano il capriccio e la moda del momento nell'Urbe.[9]Le origini della Britannia sono certo anteriori alle visite di "cortesia" di Roma. Sappiamo che già a partire dal 1300 a.C. aveva preso forma quel tipo di società tipico della successiva età del ferro: tra foreste sterminate cominciarono a prendere forma le colline fortificate (hills-forts)[10] che caratterizzarono fortemente gli insediamenti successivi e che fattorie isolate di medie o piccole dimensioni costituivano oramai unità attorno alle quali ruotava la vita degli autoctoni. Frequenti varianti insulari non impedirono inoltre lo sviluppo parallelo di manifatture ( armi, gioielli, utensili in genere ) in cui c'era tutta l'impronta del generale sviluppo estetico-funzionale continentale. Non completamente isolata e sconosciuta quindi, anche se lo stesso Cesare <<non riuscì a sapere quanto estesa fosse l'isola, quali e quanti popoli l'abitassero, che tecniche di combattimento usassero, che genere di istituzioni avessero e quali fossero i porti in grado di accogliere una flotta navale di stazza superiore>> .[11]
Cap. 2°.
55 e 54 a.C. Le due spedizioni di Cesare in Britannia.Probabilmente Cesare progettò una spedizione in Britannia già nel 56 a.C., anno in cui gli Armorici della costa della Bretagna (attuale penisola Armorica) si ribellarono ai Romani con l'appoggio di alcune tribù della Britannia meridionale. L'operazione non andò in porto a causa dei combattimenti contro Morini e Menapi, tribù belgiche che controllavano lo stretto di Dover.
Il grande condottiero romano, da prudente calcolatore qual era ( “abbi fretta con calma”) non lasciò nulla al caso e non si espose prima di aver recepito il maggior numero di informazioni possibili rivolgendosi ad emissari e spie. Dopotutto egli sapeva che non sarebbe stata una spedizione di routine e priva di pericoli. Si trattava di un’impresa di tipo nuovo: isola sconosciuta, genti sconosciute e, soprattutto, mare sconosciuto e pericolosissimo. Un braccio di mare che sarà per secoli ossessione e velleità, incubo e mania, traguardo di feroci e memorabili imprese. Non si dimentichino i gravi problemi logistici di attraversata che subirono i vari conquistatori nei secoli: innanzitutto Cesare che, come vedremo, subirà gravi perdite durante le sue due spedizioni; Guglielmo il bastardo che dovrà aspettare almeno due mesi prima che il vento da nord si affievolisca permettendogli finalmente di tirare su l’àncora e issare le vele delle sue pur agili imbarcazioni. L’invincibile armata di Filippo II pagherà cara (inizio del declino di un impero colossale) la temerarietà spagnola (1588) e, in ultimo, la gigantesca flotta di 2700 corazzate alleate anglo-americane che, neanche 60 anni fa ,[12] dovrà attendere per molto tempo la bonaccia prima di sbarcare nelle coste di Normandia occupate dalla fanteria pesante del terzo impero tedesco.
Forse Cesare non riuscì ad ottenere informazioni dai locali per il fatto che la Britannia fosse considerata sacra e inviolabile dalle popolazioni Celtiche. D’altra parte i romani stessi nutrivano per i misteriosi sacerdoti Celti timore e riverenza… Quindi, prima di salpare mandò in avanscoperta una nave agli ordini di suo ufficiale, C.Voluseno, che <<dato che non volle correre il rischio di sbarcare>>[13] dopo una perlustrazione di quattro giorni tornò al campo riferendo l’esito della ricognizione. Intanto Cesare muove con le sue legioni in cerca di un porto adatto alla partenza garantendosi la fedeltà delle popolazioni locali…. Come egli stesso riferì, alcune popolazioni britanne vennero a sapere delle sue intenzioni e non persero tempo a rendergli omaggio mandando messi che promisero sottomissione totale al <<dominio del popolo romano>>.[14]
Si scelse come base di partenza Portus Itius ( Porto Izio, latinizzazione del celtico ‘icht’, canale ) che con ogni verosimiglianza è da individuare con Boulogne sur mer , il tratto più breve dalle bianche scogliere di Dover. Dovendo fare i conti con un mare sconosciuto, soggetto alle repentine variazioni delle maree, che in nessun luogo più che lì mostravano tutta la loro pericolosità, e con le correnti che ostinatamente portavano alla deriva, Cesare pensò di adeguare la sua flotta alle caratteristiche mutevoli e ingannevoli del canale. Ora, con la massima celerità fece approntare dalle sue legioni nuovi tipi di scafi, realizzati con un ampio bacino di carenaggio ( si dovevano trasportare due legioni, quindi circa 10000 uomini più vettovaglie, macchine, utensili e tutto ciò che sarebbe stato indispensabile all’impresa ) e con la chiglia bassa per evitare le secche e non farsi tradire dalle fluttuazioni delle maree: <<circa 80 navi da carico leggere (actuariae), numero che giudicava sufficiente per il trasporto delle legioni vennero radunate. […] A esse si aggiungevano altre 18 navi da carico (le hippogogae, per i cavalli), che erano a otto miglia di distanza e non riuscivano a raggiungere il porto per via del vento>>.[15]
Circa 30 miglia fino all’approdo di Deal, nel Kent, probabilmente nell’attuale tratto di costa nei pressi di Walmer Castle , spiaggia rocciosa e ciottolosa poco distante dai vertiginosi bastioni calcarei di Dover. Era l’estate del 55 a.C . Cesare dovette attendere che il vento si placasse prima di salpare. Finalmente, la notte del 26 agosto (era circa mezzanotte), la bonaccia permise alla flotta di mollare gli ormeggi. Nel mentre la cavalleria avrebbe seguito la scia della flotta ammiraglia ma sfortunatamente essa arrivò con un ritardo di almeno quattro giorni. Questo scherzo della sorte fece sì che al primo sbarco in Britannia Cesare rimanesse privo della cavalleria e ciò limitò seriamente la mobilità delle operazioni. Dopo una traversata relativamente tranquilla
<< pervenne alle coste della Britannia verso le nove del mattino>> (27 agosto) ma, terribile sorpresa, << vide le truppe nemiche schierate su tutti i versanti>>.[16] Prudentemente il generale non arrischiò lo sbarco limitandosi ad avvicinarsi alla costa per altre sette miglia e lì mise le navi alla fonda.
Un tratto delle “cliffs” di Dover.
E’ facile percepire lo sgomento dei legionari quando videro in cima a queste alture il lungo dispiegamento militare britannico formato da migliaia di fanti e da almeno 2000 carri da guerra che, peculiari dei britanni, erano completamente sconosciuti ai romani…
Il poderoso carenaggio delle navi non permetteva di guadagnare la riva, era quindi necessario che le truppe saltassero giù guadando per un buon tratto fino alla spiaggia. La cosa si presentava più difficoltosa del previsto. I legionari temevano la profondità del mare, dovevano saltare fra le onde con tutto il peso delle armi e contemporaneamente proteggersi dagli assalti dei britanni che intanto scagliavano dardi di ogni genere. Una nugolo di frecce e giavellotti tormentava le coorti impedendone la manovra. Questo fino a quando l’Aquilifero della decima legione li incoraggiò urlando:<<Desilite, commilitones, nisi vultis aquilam hostibus prodere: ego certe meum rei publicae atque imperatori officium praestitero>>.[17] All’urlo di incitamento tutti i soldati si lanciarono a terra, serrandosi in ranghi compatti cercando così di creare scompiglio tra le fila britanniche e costringendole alla fuga. A questo punto i romani avrebbero dovuto, come l’arte della guerra insegnava, inseguire i fuggitivi ma le 18 navi con la cavalleria non erano ancora riuscite a raggiungere la flotta per cui si dovette asserragliarsi a riva e attendere il loro arrivo. Cesare ritenne opportuno quindi posizionare le navi formando una lunga schiera di protezione dalle quali si potesse rispondere al fuoco nemico con fionde, archi, baliste e armi da lancio in genere. Uno spettacolo insolito per i britanni; vedere quelle 80 navi schierate li fece trasalire costringendoli a ripiegare all’interno. Il nemico chiese subito di trattare la resa <<promettendo la consegna di ostaggi, e il rispetto degli ordini>>[18] che Cesare avrebbe loro impartito.
Ma i problemi non vengono mai soli. Dopo quattro giorni dallo sbarco in Britannia le navi con la cavalleria salparono dalla Gallia ma vennero sorprese da una furiosa tempesta. La violenza delle onde impedì loro di giungere alle coste inglesi; alcune furono sbattute nella parte sud-occidentale dell’isola (attuale Sussex)[19] altre furono costrette a riprendere il largo e a rientrare verso il continente. Non solo. Anche le 80 navi dell’esercito furono preda, in una notte di luna piena e di alta marea, della tempesta che ne rovinò gran parte. <<molte navi rimasero danneggiate, le altre, perse le funi, le ancore e il resto dell’attrezzatura, erano inutilizzabili: un profondo turbamento s’impadronì di tutto l’esercito>> .[20] Gran parte delle navi erano fuori uso e non si poté decidere di tornare al continente. I romani, pensando di svernare in Gallia, non erano provvisti di derrate alimentari; le scorte di frumento erano scarsissime. Niente di meglio per il nemico. I principi britanni, compiaciuti delle difficoltà degli invasori, pensarono bene di boicottare i nemici impedendogli i vettovagliamenti e cercando di protrarre le rappresaglie fino all’inverno, quando il freddo li avrebbe avvantaggiati. I romani falciarono il grano di tutta la zona. Solo un campo era ancora intatto e, come fosse uno specchietto per le allodole, venne utilizzato dai britanni per tendere un agguato ai legionari nascondendosi tra le spighe. Come da copione, appena i romani furono intenti alla mietitura, e quindi senza le armi in mano, vennero circondati dalla cavalleria e dai carri nemici da cui piovevano centinaia di frecce.[21]
Gli “esseda” di cui si servivano i nemici per sortite improvvise e fulminee ( citati da Lucano nel suo “Pharsalia”[22] con la variante di carri falcati) erano dei carri veloci a due ruote guidati da un auriga e da un passeggero che, al momento opportuno saltava giù per combattere. Durante gli scontri l’auriga poteva ripiegare il carro di modo da agevolare un’ eventuale fuga. Il combattente avrebbe avuto così il tempo di risalire velocemente sul carro fuggendo facilmente. Era la loro tecnica completamente sconosciuta ai romani (novitate pugnae), che trovandosi circondati in questo modo subirono numerose perdite. Di più. A questo tipo di cavalleria si univano i fanti che, disponendosi tra un carro e l’altro, erano da una parte protetti dagli essedari stessi, dall’altra potevano avanzare e colpire di buon grado gli avversari. <<molti soldati romani caddero sul quel campo di grano e il rosso del loro sangue apparve come il rosso dei papaveri>>.[23] Questo non bastò certo, nonostante le perdite, a scompaginare a lungo le coorti che, dopo un nuovo attacco dei britanni, ne ebbero ragione. Diversamente la pensava molti secolo dopo un certo Goffredo, monaco di Monmouth, che ci farà spesso da guida in questa analisi. Egli, di certo più fantasioso che attendibile e sfacciatamente tendenzioso, nella sua opera “Historia Regum Britannie” (1136) descriverà questo attacco inglese in tutt’altri termini. Ma sentiamolo dalla sua stessa voce: <<…e così, in questo combattimento tra britanni e romani, si fece da ambedue le parti un grande massacro che durò per la maggior parte del giorno. Alla fine, i britanni si avventarono con le torme a ranghi serrati (Cesare parla di almeno 2000 carri da guerra) e, col favore di Dio, la fortuna arrise a questo assalto coraggioso. […] I romani, feriti e stanchi oltre misura, presero subito la decisione di reimbarcarsi sulle navi durante la notte e di tornare nelle Gallie. Andati via i romani, i britanni si felicitarono della vittoria..>>[24].
Certo, in Goffredo, nato e vissuto in una città ai confini con il Galles, la parte dell’isola più refrattaria alla sottomissione e che per secoli darà filo da torcere sia agli anglosassoni che ai Normanni per le proprie aspirazioni indipendentiste (ancora oggi i gallesi si ritengono una provincia indipendente inglese), si avvertono quelle pretese di autonomia dallo straniero e di presupposta superiorità etnica, enfatizzando al massimo l’episodio. Tutto ciò a scapito della verità ( la nostra verità, ovviamente). Cesare, dopo appena due settimane dallo sbarco, dovette rientrare in Gallia. Non c’era tempo perché Cesare ingaggiasse una vera e propria offensiva. Per il momento non poteva pretendere aiuti dal continente, l’autunno era alle porte ed egli considerò poco igienico protrarre la permanenza.
Dopo solo due settimane dal suo arrivo in Britannia, fece salpare la flotta malridotta dalle tempeste e rientrò in Gallia (20 luglio 55). Non ritenne tuttavia di dover lasciare un contingente di truppe a presidio dell’isola. Ma era solo l’inizio dell’impresa. Per l’anno seguente si approntò una gigantesca flotta navale per la sua seconda e ultima spedizione nell’isola.
L’impresa fece uno scalpore smisurato a Roma. Tutti ne erano entusiasti e perfino nemici di Cesare del calibro di Cicerone ( ricordiamo qui che il fratello Quinto era con lui in Britannia) dimostrarono un eccezionale compiacimento per la memorabile impresa. Si era nel I sec. a.C., a Roma non esistevano ormai più eserciti di tipo cittadino, reclutati solo per specifiche missioni. Ad essi si erano sostituiti eserciti regolari professionisti che (fatale errore del Senato) dovevano rendere conto solo al proprio generale che li premiava con cospicue ricompense in bottino e, cosa assolutamente nuova ma funesta per la Repubblica, per la prima volta ai veterani fu concessa una pensione.C’erano tutte le condizioni per le quali il senato perdeva sempre più potere a favore dei vari generali, i quali non si lasciavano fuggire occasioni per garantirsi la fedeltà delle truppe conseguendo, negli affari di stato, un peso politico sempre maggiore che porterà inesorabilmente alla fine dell’età repubblicana. I fantasmi delle guerre civili aleggiavano negli animi degli Italici come ombre oscure. Il Senato stesso, sempre più sottomesso e indifeso decretò anch’esso un rito di ringraziamento agli Dei che durò addirittura una ventina di giorni. Cesare, trattenuto in Gallia Cisalpina da affari urgenti (le solite sessioni giudiziarie), non pensò minimamente di partecipare ai festeggiamenti romani. Ora era completamente proiettato nella preparazione per la seconda spedizione in Britannia. L’impianto logistico fu impressionante. Per l’occasione il triumviro fece allestire ottocento navi; rinforzò le fila con 5 legioni ( 25000 uomini) e 2000 cavalieri. La sera del 24 luglio il vento Africo ( di sud-ovest) permise l’imbarco e la partenza dell’esercito. Per i britanni, che osservavano la scena dell’arrivo dalla spiaggia, fu una scena spaventosa. Dopo aver visto ciò, <<avevano abbandonato il litorale e si erano rifugiati nelle alture>>[25].
Molto probabilmente Cesare, conoscendo oramai la zona, sbarcò nel tratto di costa compreso tra Deal e Sandwich e dopo aver provvisto allo sbarco scelse un luogo adatto per il campo. Lasciato a guardia della flotta un presidio di 10 coorti e 300 cavalieri (una coorte, 500 fanti) mosse immediatamente contro il nemico. << dopo aver percorso, di notte, circa 12 miglia (miglio romano,1480m), Cesare avvistò i nemici, che dalle alture, con la cavalleria e i carri, avanzarono verso il fiume>>[26].
i Romani incontrarono le forze indigene presso un guado dello Stour (dove più tardi sorse la città di Canterbury-Kent): una piccola rappresaglia che permise di prendere il campo nemico (oppidum) e far ripiegare i Britanni verso l’interno, tra le foreste. L’inseguimento finì prima del previsto perché Cesare fu raggiunto da un suo ufficiale. Egli lo informò di un furioso fortunale che, per l’ennesima volta, mise a durissima prova le sue navi. Circa 40 furono le unità danneggiate e non c’era tempo da perdere. Subito si improvvisò un cantiere anche con l’aiuto delle legioni rimaste in Gallia (sotto il comando di Labieno), per riparare le imbarcazioni distrutte e completarne di nuove. Dopo dieci giorni di lavoro la flotta fu restaurata, le navi tirate in secca e disposte in modo da formare un tutt’uno con il campo, ormai completamente fortificato. Era bastata quella pausa a dar animo ai nemici che non esitarono a prepararsi alla controffensiva. Gli essediari britanni intanto continuavano con le loro scaramucce in piccoli gruppi sparsi. Sebbene i vari clans britanni fossero perennemente in lotta fra loro, l’esigenza di far fronte ad un nemico così potente fece dimenticare le loro lotte intestine. Essi si associarono per la difesa comune affidando il comando temporaneo ad uno dei più potenti signorotti locali. Costui, Cassivellauno, era il monarca (mi si passi il termine) della tribù dei “Cattavellauni”, stanziati oltre la riva nord del Tamigi. E verso questo fiume si mosse Cesare dopo un duro cammino di circa 80 miglia.
Prima di arrivare nel punto in cui sorgerà la città di Londinium si apprese che le tre legioni che aveva incaricato del rifornimento di grano (esse erano comandate da C.Trebonio, amico intimo di Cesare ma che si vedrà, nel fatidico 44 a.C., partecipare alla congiura in cui Cesare perse la vita) erano state assalite dai nemici che <<piombarono su di essi da ogni direzione>>[27].Anche qui le legioni ebbero la meglio ma anche Cesare dovette riconoscere che le sue truppe non erano preparate per questo tipo di combattimento e, per rappresaglia, ovunque passasse faceva tabula rasa devastando i raccolti e provocando incendi dappertutto. Cassivellauno si rifugiò oltre la riva nord del Tamigi (probabilmente l'oppidum di Wheathampstead (Verulamium), situato sulla riva occidentale del fiume Lea, presso l'odierna St. Albans, che aveva disseminato dei soliti tronchi appuntiti, terrore dei guadi. Nonostante ciò i romani ebbero impeto tale che <<gli avversari, non essendo in grado di reggere l’assalto delle legioni, abbandonarono la riva e fuggirono>>[28].
A smuovere le acque fu però l’ambasceria inviata al console dai “Trinovantes”, siti nella parte sud-orientale dell’isola (Cornovaglia?), acerrimi nemici dei Cattavellauni, che preferivano certo assoggettarsi ai romani piuttosto che soccombere a Cassivellauno. Come già accennato uno di loro, il giovane Mandubracio, si era posto sotto la protezione di Cesare dopo che gli venne ucciso il padre dallo stesso cassivellauno. Gli inviati dei Trinovantes promisero <<resa e obbedienza>>;[29] chiesero la protezione per il giovane principe insidiato e che Cesare gli acconsentisse di eleggerlo loro capo. Solito iter: prigionieri e tanto grano per le truppe.
I trinovanti si potevano considerare al sicuro tanto che vedendo ciò numerose altre popolazioni <<inviarono a Cesare ambascerie per arrendersi>>[30].
Dagli stessi ambasciatori seppe che il focolaio della rivolta non era lontano. Immediatamente si pose l’assedio e niente servì a fermare le legioni, neanche l’aiuto che Cassivellauno pretese dagli abitanti del Canzio. Il re dei Catavellauni si arrese alla superiorità romana. Chiesti i soliti ostaggi e fissato il tributo da pagare annualmente a Roma, Cesare <<proibisce formalmente( a Cassivellauno) di recar danno a Mandubracio o ai Trinovanti>> .[31]
Preoccupati per lo stato di all’erta in Gallia e temendo l’avvicinarsi prossimo dell’autunno, i legionari salparono per la Normandia lasciando l’isola a se stessa. Solo dopo quasi cent’anni i romani rimisero piede in Britannia. Tacito, nel suo “Agricola”, puntualizzerà che Cesare non conquistò la Britannia ma <<si può dire che l’avesse piuttosto additata che consegnata ai posteri>>[32] (Tacito, op.cit. cap. XIII ).
Già nel 43 d.C. l’imperatore Claudio riuscì a domare e sottomettere gran parte dell’isola con dure rappresaglie contro le genti del Galles, a occidente, e versus i Picti e gli Scoti ,[33]che partiti dall’Irlanda avevano occupato la zona settentrionale dell’isola, la Caledonia, che da loro poi prese il nome di Scozia. Quegli stessi caledoni che daranno tanto filo da torcere da costringere i romani alla edificazione del famoso vallo adrianeo[34] a protezione dalle loro puntuali escursioni verso sud. In questo periodo vennero scoperte e annesse all’impero anche le isole Orcadi,[35] situate nella fascia nord orientale e che fino ad allora furono quasi sconosciute. Se alcuni tribù ostentarono una resistenza piuttosto cruenta, altre invece, certo lusingate dal veder soccombere e crollare l’egemonia dei Catuvellauni, si arresero alla indiscussa superiorità imperiale.
La Cornovaglia era ricca di giacimenti di stagno. Questo lingotto, rinvenuto nelle fondamenta di epoca romana della torre di Londra, reca l’iscrizione “ex offe honorini” indicando così la provenienza dalla manifattura di tale Honorinus.
Cap 3°.
La Britannia diventa provincia romanaUn secolo dopo l’impresa di Cesare Claudio domò i fermenti del nazionalismo celtico anti-romano meritandosi l’appellativo di “britannicus”. Nel 43 d.C., dopo aver accettato la sottomissione di undici re britanni, poté fare il suo trionfale ingresso a Colchester,[36] dove alcune legioni entrarono addirittura con degli elefanti .[37] Fu forse in questo periodo che venne fondata Londra, non tanto come si crede, come stanziamento commerciale, quanto come porto di rifornimento delle truppe, divenendo presto il principale centro governativo ed economico dell’isola.
Per quanto riguarda la formazione della nuova provincia e la sua amministrazione, i romani rimasero coerenti alla loro usuale politica, offrendo la direzione a elementi locali fedeli, guidati da “re clienti”, che avrebbero così ammortizzato gli enormi costi di gestione della giovane provincia. Per il resto i governatori che intendevano servirsi della gestione autoctona organizzarono in “civitates” i centri governativi locali. Un “curator provinciae”, suprema autorità in materia finanziaria, avrebbe governato rispondendo direttamente all’imperatore. Fu illuso però chi pensò di aver raggiunto un controllo stabile dell’isola. Ben presto nuove rivolte avrebbero infuocato gli animi delle tribù più restie al controllo romano e fu proprio da Colchester, città sede del culto imperiale, che partirono le rivolte dei britanni decisi fino alla morte ad opporsi agli invasori. Gli antichi amici dei romani, gli Iceni e i Trinovanti, si trasformarono in un’orda imbestialita. Si potrebbe pensare che ad alimentare l’astio di queste tribù fu il malgoverno e le continue vessazioni del procurator (ben documentate e accertate), ma sarebbe fin troppo semplicistico.
Bath. Le terme di Aquae SulisTra il I° e il IV° sec. d.C. i romani utilizzarono la città di Aquae Sulis, sede di una sorgente di acqua calda, come un santuario del riposo e del relax e non come un presidio militare (caratteristica di tante altre città poste sotto il loro dominio). I Romani costruirono un sofisticato sistema di bagni e un tempio dedicato alla divinità di Sulis Minerva attraendo visitatori dall’intera Gran Bretagna e dall’Europa.
Cap. 4°.
61 d.C. La rivolta di Boadicea, regina degli Iceni.Nel 60 d.C. l’Inghilterra del sud divenne un focolaio di rivolta con il quale dovette avere a che fare il giovane Nerone (54-68). Il grande storico inglese Kenneth O.Morgan individua lo scontento dei britanni con il fatto che i romani facessero pesare il proprio dominio con un rapporto più da dominatori che da alleati con i nuovi “clientes”. Quando morì Prasutago, re cliente degli Iceni[38] e sposo della eroina nazionale inglese Boadicea, aveva lasciato metà dei propri possedimenti all’imperatore sperando nella protezione romana per il suo regno e la sua famiglia. Il procurator, in malafede e sprezzante del monarca, considerò quella donazione non come una leale dimostrazione di amicizia ma come una dovuta resa senza condizioni da parte di un nemico e non di un cliente amico dell’impero: <<le proprietà del sovrano vennero confiscate, gli aristocratici espulsi dai loro possedimenti, tasse e coscrizione imposte giocoforza>>[39].
I legionari poi, saccheggiarono e devastarono le loro terre che semmai, da buoni alleati, avrebbero dovuto proteggere. In quell’anno era governatore della provincia Svetonio Paolino. La sua momentanea assenza fomentò una rivolta a cui presto si aggiunsero i Trinovantes e le tribù adiacenti. A capo della congiura si mise la vedova stessa del re degli iceni che mal sopportò i soprusi dell’amministrazione imperiale. La stessa Colchester,[40]simbolo del culto imperiale, rappresentato dal tempio del divo Claudio, divenne simbolo dell’odio britannico verso i romani. La regina Boadicea seppe catalizzare i vettori ribelli imperversando per tutto il meridione e dando alle fiamme Colchester, Verulanium[41] e perfino Londra.[42]I pochi reparti stanziati in quella zona subirono una pesante rotta. Il Morgan ricorda che numerosi furono i legionari sottoposti a tortura, parecchie migliaia di loro vennero giustiziati e si temette addirittura la perdita della provincia. Lo sfacelo fu scongiurato dalla controffensiva romana. Boadicea fu convinta ad accettare una battaglia che smontò brutalmente le velleità autonomistiche britanniche.[43]
L’esercito comandato da Paulino si scontrò con i rivoltosi nella zona oggi corrispondente al centro di Londra e con una disperata battaglia riconquistò e sottomise di nuovo la provincia. La stessa regina fu flagellata e le sue figlie ripetutamente violentate dai reparti dell’esercito. E’ probabile che Boadicea morì per l'enorme dolore, assumendo del veleno. Benché la rivolta dell’amazzone che combatteva solitaria sopra un carro fu stroncata, il suo mito si alimentò nei secoli divenendo il simbolo del carattere autonomistico celtico[44]. Roma sostituì immediatamente Paulino e l’arrivo di un nuovo governatore, Classiciano, di origine gallica, permise il momentaneo allentamento della crisi antiromana. Con Cartimandua, regina dei Brigantes (un vasto raggruppamento di clans che comprendeva gran parte dell’Inghilterra settentrionale) si giunse a un accordo volto a garantire la provincia da aggressioni da nord .[45]
Dopo lo spettro delle guerre civile nel 69 d.C. , l’anno dei quattro imperatori, che verosimilmente avrebbero potuto rendere vano il programma di assoggettazione e assestamento della nuova provincia, l’avvento della dinastia Flavia, dotata di una nuova e valida amministrazione, permise un rafforzamento del potere romano e una maggiore coagulazione tra gli elementi britannici e romani. Sembra inutile ribadire lo stato sociale degli autoctoni che, perennemente divisi da lotte intestine, ben poco avevano da opporre alla solida macchina da guerra romana. Ben intransigenti sulla loro voglia di riscatto, i vari clan, geneticamente divisi tra loro e quasi sempre in guerra[46], non si lasciarono sfuggire le occasioni per coalizzarsi e tentare una disperata resistenza. Proprio mentre lo sguardo di Roma era completamente monopolizzato dalla lotta di successione del 69, una nuova rivolta dei Brigantes mise in risalto quanto labile e inadeguata fosse la politica di clientelismo adottata già da Cesare a suo tempo e ora messa in dubbio dalla rivolta di Boadicea e dei sedicenti Brigantes.
L’ amministrazione della Britannia esigeva un controllo più serrato e una amministrazione oculata. Vespasiano (69-79), l’iniziatore della dinastia Flavia, fu esperto conoscitore dell’isola dato che in gioventù, sotto l’impero di Claudio, si distinse come comandante di legioni proprio nell’invasione dell’isola, guadagnando le insegne (ornamenta) di un trionfo e due cariche sacerdotali .[47] Sotto i Flavi il dominio romano si estese al nord, in direzione della Caledonia domando ancora una volta ribellioni dei brigantes; si completò la conquista del Galles e delle regioni settentrionali compresa la Scozia. Entro l’83 o l’84, una serie di governatori di grande valore aveva portato le armi romane fino all’estremo nord della Scozia ponendo guarnigioni ai limiti delle Highlands e proseguendo l’opera di romanizzazione.[48]Cap. 5°.
Agricola in Britannia.Fondamentale per far luce sul periodo flavio dell’Inghilterra romana è un’ opera del grande storico Tacito in cui descrive le imprese di suo suocero Cn. Julius Agricola. Egli, dal 77 all’84, fu impegnato in ben sette campagne per sottomettere l’isola. Lo ritroviamo a scoprire la Caledonia e in seguito l’Irlanda e forse fu il primo ad intuire che oltre quelle immense vastità ci fosse qualcos’altro, come l’Islanda. Occupò la famosa linea “Stangate” dove creò una serie di castra attraverso lo stretto istmo tra il Clide e il Forth odierni. La sua curiosità e audacia lo spinse a circumnavigare l’intera isola e a percorrere con le sue truppe tutta la costa occidentale fino ad affacciarsi alla costa prospiciente l’antica Hibernia (Irlanda).
Ma fu anche la sua dannazione perché per una fatalità o più probabilmente per negligenza, perse l’occasione di occuparla e annetterla all’impero. Un principe hibernico che si era rifugiato presso di lui in uno dei suoi fortini lo invitò infatti ad aiutarlo a recuperare e riconquistare il suo potere usurpato. Tale principe gli assicurò che per le potenti legioni imperiali sarebbe stato facilissimo sottomettere le primitive genti dell’isola. Agricola per motivi sconosciuti esitò e tralasciò l’impresa ad un secondo momento e per questo dovette poi pentirsene amaramente.
La questione d’Irlanda non fu più presa in considerazione e mai più essa rientrò nella politica di conquista dell’ impero. Ancora più amara fu per questo valoroso generale la ingenerosa decisione dell’imperatore Domiziano (81-96) di non inviare truppe di rinforzo in un frangente chiave decisivo per il consolidamento definitivo della Britannia. Gli bastava un piccoli contingente ma il risultato sarebbe stato clamoroso. Domiziano era reduce dalla eroica ma fittizia campagna in Germania e a nessun costo avrebbe permesso che la sua impresa fosse messa in ombra da un uomo che stava diventando troppo potente e famoso. La gelosia malsana e l’egoismo del fratello di Tito impedì la regolare impresa di Agricola che fu immediatamente richiamato in patria: errore fatale che costò la precarietà e la futura perdita della provincia. Da uomo acuto e lungimirante qual era, Agricola cercò a tutti costi di accelerare la pacifica integrazione tra i britanni e i romani. Li spronò aiutandoli ad erigere templi, a costruire fori e case private ma, a soli 44 anni ( siamo nell’84d.C.) dovette lasciare l’isola e non avendo ricevuto altri incarichi si ritirò a vita privata. Grazie all’opera dedicata al suocero, Tacito ci lascia l’unica preziosissima testimonianza storico - antropologica di quelle genti il cui ricordo sarebbe andato altrimenti disperso nella nebbia dei tempi.L’opera di urbanizzazione e consolidazione romana in Inghilterra si completò definitivamente solo all’inizio del II° sec. Quando l’imperatore Traiano morì nel 117 d.C. l’impero aveva ormai raggiunto la sua massima espansione e cessò la politica di aggressione romana. Si trattava ora di consolidare i confini con la permanenza di truppe di stanza soprattutto lungo il confine renano e danubiano. Il suo successore Adriano[49] fu il primo rappresentante di questa logica di conservazione dei limes. Da appassionato viaggiatore girò in lungo e in largo l’impero e nel suo continuo peregrinare si spinse, nel 122, fino al limite settentrionale dell’impero. Al periodo la situazione in Britannia pareva stabile e sotto controllo ma egli ordinò la costruzione di un terrapieno o “vallo” seguito da una lunga muraglia in pietra che avrebbe dovuto contenere le continue spinte delle popolazioni che scendevano da nord (celti, briganti, caledoni). La ciclopica costruzione fu progettata per cingere lo stretto istmo che taglia l’isola dallo sbocco del fiume Tyne fino al golfo di Solway presso l’odierna Carlysle. Circa 117 km <<qui barbaros romanosque divideret>>[50] di un muro largo mediamente 3 m. e alto 6 munito ad intervalli regolari di un miglio romano (1481m.) di fortini a pianta quadra[51] in cui stazionavano le truppe che potevano facilmente comunicare tra loro in caso di pericolo incombente.
La presenza delle truppe lungo il vallo inoltre incrementò i contatti pacifici tra le due parti. Alla linea si affiancarono dei grossi accampamenti e in certi punti, allo sbocco delle grandi piste stradali, sorsero delle vere e proprie città, nuclei iniziali di quelle che oggi sono Chester, Carlysle, Newcastle e molte altre poi popolate e ingrandite. In queste aree occupate dai soldati c’era tutto quello che serviva allo sviluppo e all’aggregazione. Stalle, officine, granai e addirittura terme favorirono l’integrazione dei soldati con quelle genti. Più che come avamposto militare di offesa, il vallo fu contemplato come luogo di avvistamento ma tutto ciò non bastò certo a reprimere l’invadenza dei barbari che costrinsero in seguito l’imperatore Antonino Pio a spingere verso nord la linea difensiva con la realizzazione di un altro vallo di più modeste dimensioni. Il vallo di Adriano è ancor oggi, nonostante le varie distruzioni subite nei secoli, una delle più maestose opere di ingegneria del mondo romano[52] e il monumento più importante per gli stessi scozzesi.
Una suggestiva immagine del vallo di Adriano.
Esso raggiunse i 117 km di lunghezza spezzando l’isola nel tratto tra Carlisle e la foce del Tyne.Verso la fine del I° sec. la Britannia verrà divisa in due province: la Britannia inferior con capitale York[53] e la Britannia superior con capitale Londinium, questo per facilitare la difficoltosa gestione di una regione tutt’altro che domata. La già difficile situazione fu ulteriormente aggravata dalla ribellione di un governatore, Clodio Albino, e dalla sua candidatura al trono imperiale. Egli, facendosi incoronare imperatore nel 193 andò contro l’implacabile Settimio Severo[54] che lo sconfisse impossessandosi del potere.
Durante il primo quarto del III° sec. Settimio e la sua dinastia parvero garantire un ritorno alla stabilità dopo un grave periodo di disordini in cui si assistette al rapido succedersi di imperatori assassinati e a nuovi episodi di guerra civile che minacciarono e indebolirono la già precaria struttura statale. Le ambizioni romane non erano tuttavia esaurite e l’intento era comunque quello di portare a termine la totale sottomissione dell’isola ancora sospesa dal tassello mancante rappresentato dalla Scozia, ma la morte improvvisa di Settimio ne sospese ad un tratto l’impresa. Certo, le continue oscillazioni di potere, la pericolosissima infiltrazione di barbari lungo le linee dell’impero[55] e lo scontento generale dovette ripercuotersi negativamente anche sul difficile controllo della nuova provincia. Poco servì anche la divisione tra il IV° il V°sec. della provincia in quattro unità[56] e neanche le splendide vittorie sui picti, scoti, franchi e sassoni che dilagavano ormai in tutte le parti dell’isola.
Quando nell’anno 411 l’imperatore Onorio, incalzato dai Visigoti di Alarico che solo l’anno precedente avevano saccheggiato Roma,[57] ritirerà definitivamente le truppe dall’Inghilterra per concentrarle sul continente, si creerà un vuoto tale di potere da aprire le strade dell’isola alla bramosia di nuove genti alla disperata ricerca di nuove terre. Non valsero a nulla neanche le incessanti richieste d’aiuto da parte di alcuni principi britanni per scongiurare queste nuove invasioni. Finiva così per Roma questa avventura in Britannia durata quasi mezzo millennio ma che comunque contribuì a far geminare le prime cellule di civilizzazione di un paese appena uscito dall’età del ferro e entrato finalmente nella storia.
La Britannia in età romana.
Cap. 6°.
L’Inghilterra “anglosassone”, l’alto medioevo.Per seguire le prime tappe dell’invasione degli anglosassoni verso la metà del V° sec., bisogna affidarsi alle poche e sparute testimonianze che lasciano più dubbi che certezze e costringono gli studiosi a far uso abbondante del metodo d’analisi congetturale. Se le rivelazioni archeologiche offrono qualche certezza (intercettazione di insediamenti, usi funerari e cultuali), per il resto ci si deve affidare quasi esclusivamente a degli scritti da cui tracciare a grandi linee un percorso storico incerto e con una prospettiva di osservazione certo tendenziosa. Tra frammenti di antichi poemi gallesi, annali e qualche gruppetto di testi l’unica opera che possa illuminare il percorso (almeno fino alla composizione dell’opera massima del monaco anglosassone Beda che scriverà però solo due secoli più tardi) è il “De excidio Britanniae”, un trattatello compilato intorno al 540 dal monaco britannico Gildas. Egli, continuatore dell’ormai antica tradizione cristiano-celtica che lotta disperatamente contro i nuovi pagani anglosassoni, denunciò con espressioni a dir poco violente la crudeltà e i mali del suo tempo e della sua terra, sconvolta dall’irruenza dei nuovi arrivati, <<the fierce and impious Saxons, a race hateful both to God and men>>.[58] Nel capitolo 23 accusa tale Vortigerno,<<british king>>, di essere stato la causa tanto involontaria quanto irresponsabile dell’abominio creato dai sassoni nel paese. A quanto pare questo re celtico chiese aiuto ai sassoni contro le incursioni ormai sempre più frequenti di Pitti e Scotti.[59] Per Gildas Vortigerno fu talmente accecato da invitare <<like wolves into sheep-fold”>>[60], delle genti mercenarie e sanguinarie <<più temibili della morte stessa>> che al momento opportuno gli si sarebbero voltate regolarmente contro.
La successiva tradizione inglese fa risalire agli anni ’30 e ’40 del V°sec. l’arrivo dei loro discendenti anglosassoni ma l’archeologia induce a credere che la storia del nuovo insediamento avviene già durante l’ultimo periodo romano e ne sono la prova i resti di capanne poste a guardia degli accessi a Londra sulle riva del Tamigi e inequivocabilmente caratteristiche dei successivi insediamenti germanici. Altra fonte importantissima per la storia medioevale inglese è la “Cronaca Anglosassone”, una compilazione di dati e eventi in ordine cronologico, eseguita per ordine del re del Wessex Alfredo il grande,[61]a partire dall’890, e successivamente curata e aggiornata da generazioni di anonimi scrivani fino alla metà del 12° secolo. Essa riporta gli avvenimenti dallo sbarco di Cesare fino al 1155 quando salì al trono Enrico II° Plantageneto. Nonostante alcune imprecisioni come scarti più o meno evidenti riguardo le date ( per es. fa sbarcare Cesare nel 60 a.C. e non nel 55) essa è abbastanza affidabile e offre un insostituibile contributo alla ricerca storica. Il suo linguaggio originale fu l'Anglo-Sassone (Old English) mentre le ultime aggiunte furono adeguate usando le prime forme del Middle English. Seppure vi siano ben sette versioni di tale cronaca con sfumature differenti le si può riportare comunque ad una stessa fonte originale. Per la “cronaca”, che segue la datazione proposta dal venerabile Beda, nell’anno 449 Vortigen invitò[62] appunto i due fratelli Hengest e Horsa che sbarcarono nella località non meglio localizzata di “Ipwinesfleet”( forse l’isola di Thanet, oggi integrata alla terraferma, a nord di Sandwich, nella punta settentrionale del promontorio del Kent ) da cui sferrarono l’attacco contro i Pitti dandoli alla fuga. Essi vennero ospitati con tutti gli onori e invitati dallo stesso Vortigerno ad insediarsi nelle ricche terre britanniche ma alcuni anni più tardi, nel 455, essi tradirono l’ospitalità del re rivoltandosi contro. Horsa venne ucciso ma poi Hengest riuscì ad impadronirsi del regno insieme al figlio Esc il quale regnò sul Kent per ventiquattro anni.[63] Alcuni anni dopo vediamo padre e figlio combattere a ovest contro i gallesi (Welsh) i quali << fled from the english like fire>>.[64] Durante tutto il V° gli invasori arrivarono ad ondate successive. Prima arrivarono nel Kent (l’antica Cantia romana), nel 477 ad “Aelle”, presso l’isola di Wight, nel 495 a Cerdic’s-ore, presso Southampton, nel 547 a “Ida” a nord del fiume Humber, dove fondarono il regno di “Bernicia”. I britanni resistettero per tutto il V° sec. poi si ritirarono, come già visto, verso ovest dove si fusero alle popolazioni della Cornovaglia e del Galles.[65] Qui essi diedero origine ai “Brytwilsh” o “Waleas”, cioè ai gallesi. La lingua britanna divenne dominante mentre scomparve il latino rimasto cristallizzato solo presso un’ élite di persone colte.Il northumbro Beda[66], che porterà a termine nel 731 la sua opera più importante Historia ecclesiastica gentis anglorum, cita a proposito dei primi sbarchi anglosassoni un passo riportato da fonte ignota che sembra inquadrare con una certa precisione l’arrivo delle tre principali tribù germaniche. Leggiamolo dalle sue stesse righe: << nell’anno 449 […] erano accorsi uomini dai tre popoli più forti della Germania, cioè i Sassoni, gli Angli e gli Iuti. Dalle stirpi degli Iuti sono i Cantuari e i Victuari cioè gli abitanti dell’isola di Vecta (isola di Wight) e quella che fino ad oggi si chiama nazione degli Iuti nella provincia dei sassoni occidentali (Wessex), posta di fronte all’isola di Vecta. Dai sassoni cioè dalla regione che oggi è detta dei sassoni antichi (old saxons) vennero i sassoni orientali, meridionali e occidentali. Dagli Angli, cioè della terra che oggi è detta “Angulus”, sono oriundi gli angli centrali, i Merci e i Northumbri cioè di quelli che abitano a nord del fiume Humbra>>.[67]
Siamo quasi costretti a prendere per oro colato le parole del monaco di Jarrow anche se è limitativo delimitare queste tre tribù come tre nuclei a loro stanti ognuno con proprie soggettive caratteristiche.[68] Sappiamo per certo che queste genti (tra cui anche frisoni e belgi) lasciarono le loro terre poste tra la penisola dello Jutland ( Danimarca), la zona intorno alla foce dell’Elba e la Frisia, spinte da un drammatico bisogno di terra e approdarono in ondate successive sulle coste orientali inglesi. A parte la suddivisione bediana in popoli ben distinti, ciò che più conta non è tanto il fatto che i coloni fossero sassoni angli e juti, quanto che queste genti appartenessero tutte ad uno stesso ambito socio-culturale che abbracciava come una semiluna tutta la Scandinavia meridionale fino alle terre alte di Francia. Basti fra tutto la lingua che era perlomeno affine a tutte le tribù germaniche.
Le incursioni sul suolo britannico comportarono il trasferimento totale degli angli. I sassoni invece non lasciarono tutti la loro sede d’origine. Coloro che rimasero nella madrepatria saranno quelli che oggi, appunto in Sassonia, parleranno il basso tedesco e che per un lasso di tempo tenderanno a spostarsi soprattutto verso est nelle zone slave. I britanni dovevano aver già da tempo dimestichezza con i germani e d’altra parte le loro usanze erano loro più congeniali di quelle romane che presto dimenticarono. Non si dimentichi a riguardo che gruppi di Belgi erano già stanziati nell’isola da tempo immemorabile e, come abbiamo visto, anche Cesare ebbe conoscenza di approdi dalla Frisia e dalla Belgica ancor prima del suo arrivo nel I° sec. a.C. A tal proposito lo storico inglese John Blair[69] insiste sul fatto che ciò che scriveva Tacito[70] riguardo ai germani del I°sec. d.C. si applica ai loro discendenti in Inghilterra. Da ciò si comprende che l’impatto tra i britanni e gli anglosassoni non dovette essere poi così traumatico come sembrerebbe.
Ma come reagirono i britanni al progressivo insediamento degli anglosassoni? La resistenza celtica si fece sentire per tutto il V° sec. con scaramucce e scontri senza vinti né vincitori fino a quando, a fine secolo, un guerriero britanno, il mitico “Arthur” della tradizione, capitano della guerra al servizio del re Ambrogio Aureliano, sconfisse in 12 memorabili battaglie i sassoni fino alla vittoria finale nel 517 in una località non meglio intercettata ma conosciuta come “Mons Badonicus”. Beda, citando Gildas, espone l’importantissimo argomento ma come lui non cita Arthur: <<appena l’esercito nemico (gli angli) sterminati e dispersi gli indigeni dell’isola, ritornò nella sua sede, questi (i britanni) cominciarono a prendere animo[…]per non essere distrutti fino allo sterminio completo. Avevano come comandante Ambrogio Aurelio di stirpe romana[…]. Sotto il suo comando i bretoni riprendono forza e da quel momento vincevano loro[…] fino all’anno dell’occupazione del Monte Badonico, quando fecero grandi stragi di nemici>>.[71]
Arthur, questo eroe della resistenza britannica il cui mito si alimenterà nei secoli è citato per la prima volta dal bardo gallese Aneirin[72] che scrive intorno al 600 il suo poema “ Y Gododdin” in cui esalta le prodezze da guerriero di Arthur. Il monaco Nennius, nel suo trattato “Historia Brettonum” (830?) offre una relazione dettagliata ma inattendibile delle dodici battaglie della resistenza britannica in cui Artù eccelse[73] e il Morgan suggerisce che è possibile che un capo o un re del genere sia davvero esistito e che si sia trattato dell’ultimo uomo ad aver unificato l’ex provincia romana prima che si trasformasse in un coacervo di stati britannici e anglosassoni ma l’ignoranza degli eventi è tale che ha ben poco senso proseguire con le congetture.[74] Con più sicurezza si può dire che dopo la neutralizzazione della resistenza indigenza e un periodo di calma apparente tra le parti, si assistette alla formazione dei primi regni anglosassoni.
A caratterizzare tutto il VI° sec. furono quindi frequenti scontri per il controllo dell’isola . I primi re della dinastia dei sassoni occidentali riuscirono così con alterne fortune ad espandersi verso ovest costringendo i celti nelle zone montuose di fronte al mare d’Irlanda.[75]La cronaca ricorda un tale Cerdic e suo figlio Cynric che nel 508 uccisero un re britanno, Natanleod, e che una decina d’anni più tardi ascesero al governo del Wessex ,[76] regno che già nel 577 spingeva i suoi confini fino alla foce del Severn tagliando in due i gallesi e destinato ad accrescere progressivamente la sua influenza fino alla raggiunta supremazia nell’VIII° con re Egberto e più tardi con Alfredo, futuro unificatore della Britannia. Cerdic regnò per quindici anni († 534) riuscendo ad espandersi a sud fino alla regione costiera di Southampton e ponendo basi permanenti nell’isola di Vecta.Contemporaneamente nacquero i regni dei sassoni orientali (Essex)[77] comprendente la zona tra Londra e Colchester, confinante a sud col Kent; La Northumbria, alla guida di Ida (†561), il quale fuse tale regno con la Bernicia , che si estendeva fino al vallo, e la Deira , a est di York. Essa si estenderà controllando la regione fino al Firth of Forth oltre il fiume Humber, il quale creerà una separazione che resterà fondamentale per secoli; la Mercia, nata solo nel 616 e guidata fino alla metà del secolo da re Penda e in seguito integrata nel Wessex da Alfredo il grande (fine VIII°). Si vennero costituendo quindi i sette regni sassoni e angli- la cosiddetta Eptarchia.
Kent-Sussex-Wessex-Essex, furono sassoni. Angli si chiamarono invece i regni di Northumbria- Est-Anglia- Mercia. Il periodo anglosassone dell’Inghilterra evidenzierà, a differenza di quella precedente, una tendenza all’aggregazione per conquista con una vocazione all’assimilazione e all’unificazione dei vari regni. Ciò che darà notevole impulso a tale fenomeno fu il fattore più potente e ordinato in questi secoli di massima insicurezza e precarietà delle istituzioni statali: il Cristianesimo cattolico e quindi la politica di espansione della chiesa di Roma.
Come sappiamo le popolazioni celtiche residue avevano già adottato il nuovo culto da parecchio tempo. Con i primi eroici pionieri del proselitismo cristiano risaliamo addirittura al II° sec.; due missionari, Fagano e Deviano fondarono la prima chiesa vetusta a Glastonbury, nel Somerset e sempre nello stesso periodo St.Albano divenne il primo martire inglese, decollato nel 254. Ma, strano a dirsi, la cristianizzazione dei popoli celtici si irradiò dall’Irlanda ove fortissima era la cultura monastica che seppe influenzare non solo questa remota isoletta ma tutto il continente europeo. Grazie a S.Patrizio (†461) e ai suoi seguaci il monachesimo irlandese si irradiò a macchia d’olio ottenendo importantissimi risultati. L’organizzazione monastica irlandese favorì inoltre una rete di controllo tale da garantire un alta capacità di proselitismo e di controllo del primitivo cristianesimo celtico. I monasteri si moltiplicavano velocemente tanto che l’intera chiesa irlandese fu organizzata secondo principi monastici.
Alla loro testa erano abati che sottoponevano alla loro autorità perfino i vescovi i quali non disponevano di vere e proprie diocesi. Erano i tipici missionari irlandesi, instancabili viaggiatori che si spingevano in terre lontane per predicare la parola di Dio. Già nel VI° sec. queste comunità raggiunsero livelli di ricchezza e cultura altissimi. Parecchi di questi monaci itineranti furono inviati in Gallia, Germania, Scozia e Inghilterra. Tra questi si distinse per fama e dottrina Columba (†615) che, recatosi in Scozia,[78] convertì i Pitti settentrionali (quelli meridionali erano già stati convertiti) fondando nel 563 il famosissimo monastero di Iona al quale fece riferimento il re Oswald, che dopo essersi impossessato del trono di Northumbria[79] cercò appoggio proprio nella comunità dell’isola per la conversione del suo popolo. Il suo vescovo Aidano cominciò la sua opera fondando il monastero di Lindisfarne (oggi Holy island) che fu il primo tra i tanti fondati in seguito e che erano abbastanza forti da diramarsi in altri regni. Penda, re di Mercia, rimase pagano ma permise ad una missione di Lindisfarne di predicare nei suoi domini e suo figlio Peada ricevette il battesimo intorno al 563.
Beda ricorda nella sua lista di super-re[80] due figure chiave della cristianizzazione della northumbria: Oswald e Oswy che fortemente agirono perché il loro popolo ricevesse il battesimo e fu proprio grazie al loro esempio che i regni di Wessex e Essex si convertirono accogliendo i missionari di Lindisfarne come propri vescovi. Intorno alla metà del VII° sec. rimasero pagani solo gli abitanti del Sussex e dell’isola di Wight. L’impostazione autocefala della chiesa inglese fu naturalmente osteggiata dalla politica papale che intendeva dirottare il cristianesimo inglese in seno alla chiesa cattolica. Questo capolavoro fu compiuto ben presto da un monaco benedettino, Agostino, pupillo del papa Gregorio Magno. Il motivo principale della discordia tra la chiesa celtica e quella romana fu di natura dottrinaria e oggi ( se ci si lasciasse tentare da anacronismo) sembrerebbe addirittura un motivo futile ma da esso dipendeva la risoluzione dei problemi di comunicazione tra i due istituti. Perno del dissidio era la prassi di celebrazione della pasqua.[81] Rimasti a lungo isolati i celti avevano adottato un metodo di computo completamente differente da quello in uso nella cattolicità e dalla soluzione del dissidio si sarebbero superati gli ostacoli alla futura unificazione delle due chiese.[82]
Cap. 7°.
La missione di
Gregorio Magno e di Agostino di Canterbury.Quando papa Gregorio (†604) salì al pontificato (controvoglia) nel 590 ebbe modo di risolvere con successo una questione che lo tormentava sin dalla gioventù ossia proprio la conversione degli inglesi. Beda ci ricorda l’episodio dal sapore aneddotico nel quale Gregorio ancor prima di essere eletto al pontificato incontrò a Roma un gruppo di mercanti inglesi rimanendo affascinato dalla loro bellezza. Quando si avvicinò ad uno di loro e gli chiese come si chiamava la loro gente gli fu risposto che erano Angli. Al che Gregorio ingiunse che <<era proprio vero, infatti hanno volto angelico e tali conviene che siano i coeredi degli angeli nei cieli>> .[83]
Da allora il pensiero della conversione degli inglesi divenne nel giovane sacerdote quasi ossessivo. Egli stesso avrebbe voluto partire in Inghilterra a predicare e solo l’elezione come successore di Pietro gli impedì di coronare il suo sogno. Ma i tempi erano maturi e la congiuntura favorevole agli sviluppi sperati. La sua preziosa amicizia con Brunilde, cristianissima moglie del re merovingio Chariberto e amica intima di Berta ,[84] moglie del re del Kent Etelberto († 618), permise con relativa tranquillità di inviare il monaco benedettino Agostino che con il suo seguito di una quarantina di monaci approdò proprio nelle coste del Kent (597). Qui egli fu accolto con tutti gli onori.Premuroso e profondamente cattolico re Etelberto mise a disposizione di questi pionieri la sede del suo palazzo a Canterbury sperando di entrare nelle grazie della chiesa romana e di far fare un salto di qualità all’organizzazione del suo regno. Già nel 601 Etelberth nominerà Agostino come primate d’Inghilterra offrendogli due sedi vescovili, la prima a Canterbury, la seconda a Rochester .[85]
Uno dei vantaggi più evidenti della politica di integrazione alla chiesa romana fu l’alfabetizzazione del Kent al quale Etelbert fornì il primo codice legislativo con evidenti influenze dal diritto romano .[86] Beda puntualizza infatti che Ethelbert <<emanò leggi secondo l’uso romano>>. Per quanto riguarda il problema del calcolo della Pasqua esso venne risolto definitivamente con un sinodo svoltosi nella comunità monastica di Whitby nel 664. Il re northumbro Oswy si schierò con intransigenza a favore dell’interpretazione romana. Ai monaci riluttanti non rimase che il ritorno da sconfitti nell’isola di Iona. Fu un successo strepitoso; in tutti i regni anglosassoni la chiesa dovette rendere conto ad un unico primate. Si dovette però riorganizzare tutto l’assetto religioso dell’isola; in molti luoghi mancavano vescovi e spesso i pochi che c’erano erano stati eletti con dubbia validità. Une terribile epidemia fece poi il resto uccidendo parecchi vescovi e facendo ricadere di conseguenza nell’idolatria le regione dei sassoni orientali dalla quale fu scacciato via il vescovo .[87]
Papa Vitaliano (657-672) nel 669 mandò un nuovo arcivescovo, Teodoro, che riuscì con il sinodo di Hertford (672) a stabilire i primi canoni basilari del governo ecclesiastico. L’unico a non accettare le disposizioni di Teodoro fu Wilfrid (futuro S. Bonifacio), potente vescovo di Ripon e poi di York, che benché fosse un campione di ortodossia non volle accettare le ingerenze della chiesa che avrebbero vanificato la sua autorità nella chiesa di Northumbria. Nonostante vari richiami e ammonizioni, l’esilio e la prigionia, Wilfrid continuò a predicare, a fondare monasteri nella Mercia, a predicare ai frisoni e riuscì con gran talento a convertire il Sussex. Ma la chiesa inglese ora era finalmente unita sotto la guida ortodossa della chiesa romana. Vari sovrani si servirono proprio di queste comunità per rafforzare la propria influenza e viceversa le comunità religiose si premuravano di allearsi ai vari sovrani senza dei quali non avrebbero certo potuto fiorire indisturbate. D’altra parte il sistema di governo regale era piuttosto funzionale e se i re aiutarono la chiesa a crescere, essa a sua volta ratificò lo status dei sovrani. Da qui tutto un fiorire di monasteri patrocinati dai nobili che in essi riconoscevano una grande capacità organizzativa specialmente per lo sviluppo delle campagne. Così fece per esempio Oswy di Northumbria (†670) al quale si deve (certo per scopi più politici che religiosi) la fondazione di parecchie di queste microsocietà.
Contemporaneamente alle prime chiese si svilupparono le prime città inglesi che furono fondate in gran parte in centri di origine romana.[88] L’archeologia svela che molte città ( per esempio Southhampton) furono edificate partendo proprio da un nucleo centrale costituito da una chiesa conventuale. I primi accenni di rinascita della vita urbana appaiono quindi associati alle grandi chiese.Distribuzione dei regni durante il periodo anglosassone
Cap.8°.
Assetto della società anglosassone.Durante tutto il periodo anglosassone i più forti legami sociali furono quelli di appartenenza alla stirpe. I gruppi apparentati erano molto uniti nel continente e continuavano ad esserlo in Inghilterra. Non avendo codici scritti né alcuna idea del diritto alla romana,[89] la coesione e il rispetto delle regole di convivenza era dato loro solo dal concetto di far parte di un organismo sociale omogeneo in cui si hanno delle obbligazioni reciproche da rispettare.
La faida, la vendetta privata e l’inviolabilità dei giuramenti[90] erano il legante giuridico più forte che garantiva la solidarietà e la continuità di un gruppo familiare (clan). Altro elemento caratterizzante di queste società era inoltre la “lealtà” verso i loro signori. Se spesso i sovrani avevano successori ereditari, in battaglia i guerrieri erano condotti da capi “elettivi”[91] ai quali dovevano protezione e fedeltà assoluta anche a costo di passare sopra il re stesso.
Mai infamia più intollerabile poteva esserci per il germano che non avesse protetto o vendicato il proprio condottiero in guerra: una vergogna che l’avrebbe stigmatizzato e emarginato dalla società per tutta la vita e anche oltre, pregiudicando inesorabilmente l’onore e il credito perfino delle sue successive generazioni.
Alla base della società c’era quindi la parentela (detta “maeght) che pur ampliandosi manteneva la sua coesione soprattutto in virtù del possesso della terra che era divisa in “Hide” (48 ht), unità di calcolo corrispondente al necessario sostentamento di un nucleo familiare medio. Spesso le maeght si univano per attendere alle necessità della produzione agricola che praticava la rotazione delle colture con alternanza triennale. L’unione di più villaggi doveva garantire la formazione di uno “Hundred”, ossia un territorio dove abitavano tante maeght da essere in grado di fornire al sovrano almeno cento uomini validi alla guerra. Il centro di ogni distretto era costituito da un “tun” (maniero regale), principale perno della società anglosassone che resisterà per secoli fino quasi ai nostri giorni. Simile alla "villa" romana, il tun era solo in parte (forse) da questa derivata (semifeudale, campi, contadini, colonnato, schiavitù della gleba, e proprietario con funzioni amministrative e giuridiche).
A questo precedente organismo si sovrappone in continuazione l'economia agraria celtica, e quella germanica. Il maniero era retto da un funzionario locale e visitato regolarmente dal re e dal suo seguito. Esso era ottimamente funzionale per una popolazione dispersa che ancora non si poteva associare all’idea canonica di città. Insomma, piccole autonomie (feudi arcaici) da cui derivò la “proprietà multipla” ossia la federazione di villaggi o città facente capo ad un unico centro che spesso erano ingrandite con donazioni del sovrano stesso. Il re[92] (lord, dall’antico inglese hlaford, il <<guardiano del pane>> garante della sicurezza e del nutrimento)[93] era sostenuto e controllato nell’esercizio delle sue funzioni da un organo collettivo detto “Witenagemont” o consiglio dei savi, del quale facevano parte nobili (Jarls-Thegns- Ealdormen), potentati locali e funzionari dello stesso sovrano. Essi conducevano col re una vita condivisa in ogni aspetto. La grande aula regale era il luogo dove si riunivano e prendevano le decisioni politico - amministrative e presto essa divenne lo specchio idealizzato dei cantori o bardi che in essa esaltavano lo stato di grazia del re e dei suoi pari.
Primo fra tutti gli esempi il già citato “Beowulf” ,[94] il più antico poema composto in una delle lingue volgari europee che ci rivela il mondo eroico in bilico tra cristianesimo e paganesimo della aristocrazia anglosassone del VII° sec.[95] II regno si divideva in contee, queste in centurie e decanìe. La giustizia, amministrata in origine dall'assemblea dei liberi, fu più tardi affidata a una giuria di 12 rappresentanti di tutto il popolo libero. L'intera società anglosassone si divideva in liberi e schiavi (dewes); i liberi in nobili (eorli) e popolo (ceorli). Assisteva il re un gran consiglio costituito da vescovi, abati, governatori delle province (aldermans) e da nobili (eorli e tani). La monarchia era per consuetudine elettiva ma nella pratica, tuttavia, spesso al padre succedeva il figlio.[96]
Recto e verso di una moneta d’oro, probabilmente la più antica di conio anglosassone. Essa non riporta il nome del coniatore ma il fatto che si abbia menzione di una zecca sotto il regno di Eadbald del Kent (616-640), suggerisce il suo periodo di conio. La presenza della croce e del globo in entrambe le facciate riportano alla conversione al cristianesimo di questo re. Durante il regno del merciano Offa si ebbe un notevole aumento del commercio e della relativa monetazione. Il Pirenne sottolinea nel suo Maometto e Carlomagno, che Offa conia monete d’oro imitandole da quelle arabe. Cfr. Henri Perenne, op. cit. Roma, 1993, ed. Newton Compton, cap.III, pag 210.
Cap. 9°.
La supremazia merciana e quella del Wessex.
Le prime invasioni danesi.Alla supremazia dei sassoni orientali, incontrastata fino alla metà del settimo secolo, seguì un periodo di predominio della Mercia. Dopo il successo dell’opera evangelizzatrice di S.Agostino il Kent andò incontro ad una lenta decadenza. E’ verosimile che il popolo e la nobiltà mal tolleravano la religione ufficiale di un re che li aveva in parte spogliati delle loro proprietà per vedersele attribuire in concessione ai monasteri. Nel primo ventennio del settimo secolo si assistette alla crescita prepotente degli angli dell’est promossa da Redwald, quarto bretwald della lista di Beda, ma essa si spense con la morte stessa del re nel 620. In Northumbria, al contrario, si crearono le fortunate condizioni per tentare una politica di espansione. Etelfredo riuscì a fermare l’avanzata sia degli scoti ( Dega Lapis 603) che dei gallesi nel 620 ma trovò poi la morte per mano del capo britanno Caedwalla.
Spettò al successore di Redwald, Edwin (quinto super-re) dare corpo all’egemonia northumbra. Egli sottomise l’est Anglia e assoggettò, dopo averne ucciso due re, anche i sassoni occidentali e le isole del mare d’Irlanda. Sua moglie Etelberga era figlia del grande Etelbert del Kent e condusse con se il vescovo Paolino che fondò la sede vescovile di York la quale pareggiò per importanza quella di Canterbury. Ma a dimostrazione che il paese fondava le sue pretese su basi effimere e che questi cambiamenti erano solo superficiali intervenne la morte di Edwin. I gallesi si allearono a Penda, re di Mercia e nella battaglia di Hethfeld il re northumbro fu trucidato. A metà del secolo anche Oswald cadde in battaglia contro la Mercia ma i suoi successori, Oswin e Oswy riuscirono a rafforzare la Northumbria. Come abbiamo visto fu proprio con Oswy che il cristianesimo si affermò definitivamente nel regno a sud del fiume Humber.
Penda fu definitivamente messo a tacere nel 655 durante una rappresaglia a Winwidfield ma sembra che la Mercia dette segni di ripresa. Intanto per la Northumbria incominciò l’inesorabile decadenza e si ricreò una situazione di piccoli stati indipendenti in continua lotta tra loro. Durante i regni Etelredo (675-704), Kenredo (704-709), Celredo (709-716) e Etelbaldo (716-709) la politica della Mercia fu essenzialmente quella di limitare le dimensioni delle proprietà ecclesiastiche. In questo periodo venne a crearsi il regno del Wessex .Fu grazie a re Offa (†796)[97] che la Mercia dominò nel secolo ottavo gran parte dell’Inghilterra tanto che il suo potere incominciò a preoccupare il vicino e di gran lunga più potente regno dei franchi. Verso il 780 Carlo Magno volse l’attenzione al mondo anglosassone.
Il futuro imperatore aveva ottimi rapporti con il regno di Northumbria e protesse gli esuli che fuggivano in Francia dalle vessazioni di Offa. Non solo. Egli si serviva con successo dell’appoggio dei monaci anglosassoni per continuare la sua politica di cristianizzazione dei popoli germanici della Frisia. Tra i vari missionari si distinse il wessexiano Winfrido che con la sua opera evangelizzatrice permise anche un più agevole scambio commerciale tra l’isola e il continente. Inoltre il famoso northumbro Alcuino[98] fu determinante per quel grandioso fenomeno di rinnovazione culturale conosciuto come “rinascita carolina”.
Carlo Magno, consapevole dell’importanza del regno di Mercia, aveva tenuto alcuni contati con re Offa ma, a differenza della Northumbria che presso la corte carolingia godeva di grande prestigio specialmente per l’influenza di Beda, i merciani erano invisi alla famiglia del futuro imperatore del Sacro Romano Impero. La visita di re Eardwulf di Northumbria fu accolta con grande pompa. L’interesse di Carlo era solo politico: la Northumbria aveva già subito le prime incursioni danesi. Si poteva trarre grandi vantaggi dalla loro amicizia per opporre un’adeguata opposizione contro i pirati scandinavi. L’invio di Eardwulf a Roma non fece che rafforzare agli occhi del papa il prestigio della monarchia northumbra e di quella carolingia.
Bellissimo esemplare di elmo anglo rinvenuto presso la famosa località di Soutton hoo (attuale Suffolk)
nella presunta sepoltura a tumulo di re Redwald, morto nel 627.
Moneta argentea del re di Mercia Offa
Cap. 10°.
Egemonia del Wessex.La potenza della Mercia venne meno con la morte stessa di Offa e il suo successore Cenwulf non riuscì a mantenere la coesione dei suoi domini. Mantenne il Kent e il Sussex ma nell’802 perse definitivamente il regno dei sassoni occidentali.
Da questo momento il Wessex conobbe una crescita progressiva che doveva portarlo con Alfredo il Grande al predominio e all’unione di quasi tutta l’Inghilterra meridionale. Fu con Egberto, eletto nell’802, che il Wessex entrò di nuovo in scena. Si riprese la politica anticeltica occupando la Cornovaglia che venne amministrata in qualità di ducato (Scir ). Se in questo periodo la Mercia occupava tutta la zona sud-orientale volgendosi con impeto alla conquista del Wessex sotto il re Bernulfo, Egberto riuscì a spezzare le velleità di dominio merciane sconfiggendo le truppe nemiche nell’828. Da questo momento l’Est-anglia, il Kent, il Surrey e il Sussex entrarono a far parte dell’influenza del Wessex. Il regno dei sassoni occidentali controllava oramai tutta l’Inghilterra a sud dell’Humber e presto anche la Northumbria riconobbe la supremazia dell’invasore. Questa fusione di territori sotto il dominio wessexiano non era però ancora un regno unitario tanto che nei documenti ufficiali Egberto si firmava solo come re del Wessex e d’altronde dopo la sua morte, avvenuta nell’839, la Mercia prese respiro riconquistando la sua indipendenza.
Fino alla fine dell’8° sec. l’Inghilterra riuscì a scongiurare invasioni esterne che ne compromettevano la già difficile evoluzione ma la cronaca anglosassone riferisce per l’anno 787[99] un episodio premonitore di funesti presagi che sconvolsero la Britannia per almeno 150 anni e che doveva neutralizzare tutte le forze che si opponevano al dominio del Wessex : una piccola flotta di pirati danesi sbarcò nel Wessex massacrando un balivo mandato da re Beorhtric che in precedenza aveva sposato la figlia di re Offa Eadburth. Fu la prima avvisaglia di future incursioni vikinghe che sconvolsero nei decenni successivi le accessibili coste inglesi. Mestamente esemplari furono le incursioni che alcuni anni dopo devastarono i tre simboli più importanti della cristianità anglosassone.
Nel 793 fu ferocemente saccheggiato il monastero di Lindisfarne;[100] l’anno successivo toccò al monastero di Jarrow dove Beda passò tutta la sua esistenza; nel 795 fu Iona ad esser presa di mira e devastata. Sebbene questi primi episodi furono tutto sommato isolati lasciavano presagire ulteriori e prossimi attacchi contro i quali gli anglosassoni dovettero misurarsi. Egberto riuscì all’inizio a fronteggiare la minaccia sebbene le invasioni si moltiplicassero a cadenza regolare, finché nell’851 i danesi con tutta l’impudenza che era loro connaturata risalirono addirittura il corso del Tamigi saccheggiando il territorio fino a Londra. Re Etelwulfo (837-857) concentrando le forze riuscì a respingerli ma la situazione si prospettava davvero pericolosa.Prima delle loro invasioni i danesi e i norvegesi rimasero sedentari nelle loro terre d’origine (penisola di Jutland, odierna Danimarca) fino ad occupare le terre meridionali scandinave. Probabilmente la loro vocazione piratesca si manifestò nel momento in cui, data una certa sovrappopolazione e la relativa insufficienza di risorse, dovettero cercare altrove quello che la patria negava loro.
I norvegesi si spinsero verso le coste occidentali inglesi e l’Irlanda; i danesi si spinsero nella Francia settentrionale in cui, come vedremo, saranno, con il danese Rollone, i fondatori della Normandia. In Francia scesero fino alla Bretagna ma vennero affrontati con successo dai successori di Carlo. La lotta si svolse con alterne vicende ma i francesi si rivelarono alla fine incapaci di tenere testa agli invasori cosicché si dovette accettarli con una sistemazione permanente in base ad accordi e ad una politica di compromesso sancita da tributi. Gli svedesi invece tesero le loro mire verso est creando un impero commerciale che dominava tutto il Baltico fino al mar Nero creando le premesse per la fondazione di Kiev, nucleo principale della futura Russia.[101] Inoltre verso la fine dell’8° sec. l’espansione di Carlo Magno portò alla sottomissione della Frisia e dei sassoni rimasti nel continente. Questo creò un vuoto nel dominio del mare che permise di conseguenza ai vikinghi[102] di spadroneggiare liberamente nei mari del nord.
Verso l’865 un grande esercito danese, condotto da Halfdan e da Ivarr “senz’ossa” sbarcò nell’Anglia orientale e mosse verso la Northumbria impadronendosi di York. Dopo essersi diretto inutilmente nella Mercia per aver incontrato un efficace resistenza, l’esercito ripiegò di nuovo verso l’Anglia dove, dopo una cruenta battaglia, il loro re Edmondo[103] fu “ritualmente” messo a morte. Nel giro di pochi anni quelli che erano stati i gloriosi regni di Northumbria e Anglia orientale furono annientati e cancellati dalla storia. I regni di Offa e Beda dileguarono tra le nebbie dell’oblio. Nell’870 l’esercito vikingo fece presidio presso Reading, ottanta chilometri a ovest di Londra, dove si prepararono alla grande invasione diretta contro il Wessex, ultimo avamposto della resistenza anglosassone. Ma la resistenza di questo regno in continua ascesa era molto meglio organizzata.
In quel contingente regnava sui sassoni occidentali il figlio del defunto re Egberto Æthewulf che dispose per una adeguata difesa. I suoi figli regnarono pacificamente in successione. Tra loro Æthelred e suo fratello Alfredo che sarebbe destinato ad essere il re più importante di tutta l’esperienza anglosassone. Furono proprio le forze congiunte dei due fratelli che si scontrarono con i danesi nelle Berkshire Downs[104] ottenendo una prima, seppur effimera, importante vittoria. I danesi ripiegarono di nuovo a Reading per tornare quasi subito all’attacco sconfiggendo Æthelred e Alfredo a Basingstoke. Nel mentre un nuovo esercito danese sbarcò in Inghilterra e il Wessex, che non poteva contare su alcun aiuto esterno dovette scongiurare con le proprie forze l’imminente invasione.
Era l’anno 871 e proprio in un momento così decisivo e critico per le sorti dell’isola Æthelred morì all’improvviso. Suo fratello Alfredo divenne re dei sassoni occidentali. I nobili dello Hwicce, il regno posto lungo il fiume Severn tra il Galles e l’Anglia orientale, accantonarono, dato il frangente pericolosissimo, le loro velleità autonomistiche per fare atto di sottomissione a re Alfredo. Ciò permise di organizzare meglio la resistenza. Questa politica persuase i danesi a ritirarsi nell’Anglia, in Mercia fino a York e per due decenni l’Inghilterra respirò una pace quasi totale. I danesi cercarono perlomeno di darsi un assetto stabile organizzandosi con un modello di società chiamata dai sassoni Danelaw “società governata da leggi danesi”. Alfredo, lucido e lungimirante non perse tempo per riorganizzare il suo regno. Fece incastellare minuziosamente il suo territorio e, per la prima volta in Inghilterra, fece costruire un’ ingente flotta permanente a difesa delle coste. Riorganizzò in modo efficiente le sue forze militari, ordinando il servizio attivo per metà di esse alternativamente, così da avere sempre un esercito pronto, e assumendo una flotta di mercenari frisoni. Ma Alfredo è riconosciuto universalmente soprattutto come il re inglese che operò una rinascita culturale paragonabile anche se in tono minore a quella carolingia. Fu probabilmente lui che dette l’avvio alla compilazione della cronaca anglosassone e si impegnò perché i suoi sudditi ricevessero un’adeguata seppur minima istruzione. Fece codificare le leggi del suo stato adeguandole in parte alle precedenti consuetudini del suo popolo. La sua grande pietas lo stimolò a far tradurre per il popolo le opere più importanti della cultura altomedievale europea: la “Regula pastoralis” di Gregorio Magno, il “De consolatione philosophiae” di Boezio, la “Storia contro i pagani” di Paolo Orosio e, naturalmente, “La storia ecclesiastica degli Angli” di Beda.
Alfredo aveva di fatto unificato tutta l’Inghilterra meridionale, così nei documenti scomparve la distinzione tra angli e sassoni. D’ora in poi l’isola prese il nome di Angelcynn “ la terra del popolo inglese”. Come Carlo Magno, Alfredo si servì di una cerchia di intellettuali cortigiani e pare che egli stesso diede un personale contributo notevole a questa rinascita componendo lui stesso un libro con citazioni ed estratti della Bibbia che fece diffondere in tutto il territorio. Nell’885, Alfredo riuscì a riconquistare Londra che da allora divenne capitale del regno wessexiano e la parte occidentale del Danelaw.
La nave vichinga di Oseberg. La chiglia piatta e il sistema di fasciatura elastica della carena rendevano le imbarcazioni vichinghe agili e veloci, in grado di risalire tanto i fiumi quanto di affrontare i vorticosi mari del nord.
Nel 878, un terzo attacco danese, seppur esiguo rispetto a quelli precedenti, riuscì ad avere la meglio grazie ad una incursione di sorpresa. Alfredo dovette rifugiarsi nelle nebbiose paludi del Somerset in territorio della Cornovaglia aspettando di riorganizzare la controffensiva. Finalmente, nella località di Edington, (Heddington nella cronaca anglosassone) le forze congiunte dei wessexiani e della Cornovaglia riuscirono a sconfiggere e neutralizzare le forze danesi. Un’ambasciata vikinga riconobbe la sconfitta mandando alcuni balivi presso Alfredo dandogli molti ostaggi e facendo mille giuramenti, promettendo di lasciare immediatamente il territorio del Wessex. Inoltre informarono il re sassone che il loro re Guthrum <<would receive baptism>>.[105] Fu una vittoria tanto insperata quanto decisiva. I due re strinsero accordi di pace, in forza dei quali l’occupazione danese nel Danelaw venne riconosciuta come dato di fatto.[106]
Nell’892 ci fu una crisi pericolosa dovuta allo sbarco di un esercito vikingo proveniente dalla Francia; esso era indirizzato verso il fiordo del fiume Severn nel Galles ma dopo un anno di razzie gli invasori si reimbarcarono per fare ritorno in Francia.[107] Alfredo continuò la sua opera di consolidamento delle fondamenta del suo regno e il programma che più di tutti servì ad evitare ulteriori pressioni danesi fu la scrupolosa edificazione di numerose città che garantirono al Wessex una prodigiosa rete di fortificazioni collegate adeguatamente da un efficiente sistema viario. Alfredo morì nel 901 e venne sempre ricordato dai contemporanei e dai posteri come un sovrano giusto e potente. Gli immediati successori di Alfredo riuscirono nonostante qualche torbido a seguire le tracce della politica alfrediana.
Edoardo il vecchio (901-924), Athelstan (924-939) e Edmondo (939-946) impiegarono tutte le loro forze per la riconquista del Danelaw e in questo cinquantennio la loro politica fu assolutamente determinante per la formazione della nascente monarchia nazionale inglese. Fu lo stesso Edoardo a condurre le campagne militari contro le postazioni scandinave, coadiuvato dalla sorella Æthelflaed.
Dal 918 e nei seguenti otto anni Edoardo avanzò nel Danelaw mentre la sorella respingeva i danesi nella frontiera della Mercia. I gallesi e i merciani fecero atto di sottomissione e accolsero Edoardo come sovrano.[108] Il Morgan sottolinea che si trattava di sottomissioni personali ai singoli re, le quali implicavano l’accettazione della sua sovranità e protezione, non già la definitiva rinuncia alla propria indipendenza dato che la Scozia e il Galles erano entrambi avviati a una propria unificazione.[109]
La conquista del Danelaw fino all’Humber consentì l’unificazione di tutto il territorio sotto Edoardo, così, verso il 920 tutta l’Inghilterra meridionale era sottoposta all’egemonia del Wessex. Alla morte di Edoardo il vecchio, torturato e decapitato da una banda danese († 924), salì al trono suo figlio Æthelstan di cui bisogna ricordare gli sforzi per intrecciare rapporti internazionali tentando così di far entrare gradualmente l’isola nella politica continentale. Egli si avvalse delle numerose sorelle per combinare matrimoni dinastici con i potenti di Francia e Germania. Valga l’esempio della sorella Etilda che venne data in moglie a Ugo il grande, signore di Parigi e padre di Ugo Capeto (987-996); Edgita a Ottone I°, figlio dell’imperatore di Germania Enrico (detto l’uccellatore); ed Edgifa che aveva già sposato il debole re di Francia Carlo III° il semplice ( † 923). Quando, nel 940, Athelstan morì, si proponeva oramai come “re sopranazionale”, ma il successore Edmondo I° non si mantenne all’altezza dei suoi predecessori e resosi inviso alla fazione danese per un troppo evidente sostegno all’enclave anglosassone, rimise in discussione l’unità del regno.Cap. 11°.
Il danese Hròlf fonda il ducato di Normandia.I primi decenni del X° secolo furono testimoni di un episodio di portata epocale che si rivelerà di importanza fondamentale per il futuro assetto della Francia e quindi, di riflesso, per l’Inghilterra. I successori di Carlo Magno furono impegnati oltre che in continue lotte dinastiche, con il nuovo elemento scandinavo. Le prime invasioni nella valle della Senna sono databili alla metà del IX° sec. quando i francesi dovettero darsi conto della nuova terribile minaccia dei pirati del nord. Se il nipote di Carlo Magno li trattò da alleati, già nell’858 Carlo il Calvo (†877) li combatté duramente ma fu ostacolato da una improvvisa ribellione del fratello che colse l’occasione per invadere le sue terre e per portare dalla sua parte molti dei suo seguaci.[110] Nel 905 erano giunti, risalendo la Senna, fino a Noyon e nel 926, anno della sua morte, Roberto I° di Francia sconfisse una banda nell’Artois.
I vikingi avanzarono devastando l’Aquitania e l’Alvernia e ripetute scorrerie sconvolgevano l’alta Francia, già preda di una violentissima guerra civile. Le bande vikinghe trovarono quindi terreno fertile e relativamente agevole fu il loro insediamento stabile nella regione che da loro prenderà poi il nome: la Normandia “la regione degli uomini del nord”.
Il vero protagonista della creazione del nuovo ducato fu uno dei tanti predatori che, interdetti dalle loro terre d’origine, cercavano fortuna in terre lontane in un’ Europa ormai succube dell’ultima grande ondata di invasioni di ungari, saraceni, vikinghi. Il suo nome era Hròlf (Rollone), esiliato dalla Norvegia, che avrebbe cominciato la sua carriera come mercenario al servizio del re d’Inghilterra, Alfredo il Grande, impiegato contro i danesi che occupavano il nord-est dell’isola. In seguito agendo da vichingo per suo proprio conto, egli si stabilisce nell’876 alla foce della Senna. Si unisce poi alla flotta che assedia per lungo tempo Parigi nell’886 e ne approfitta per assicurare i propri interessi in Normandia, impadronendosi così di Bayeux e di Evreux.[111]
Nel 911, egli subisce una grave sconfitta a Chartres. Ma la sua posizione resta abbastanza forte, tanto da poter negoziare l’accordo che costituirà l’atto di nascita della Normandia. Carlo il semplice, debole, indeciso e inconcludente ritenne di dover usare tutta la diplomazia per domare o almeno ammansire il capo vikingo invitandolo nel suo palazzo per negoziare una pace di compromesso e pretendendogli la conversione al cristianesimo per la sua gente. Insomma invitò Rollone in pace per offrirgli in “omaggio” il territorio della Normandia sperando quindi in un più saldo controllo di quelle genti. Rouen assurse a capitale del nuovo ducato. Guglielmo di Malmesbury riferisce, nella sua “Gesta Regum anglorum”,[112] un episodio tanto esemplare quanto grottesco che, se vero, mostra tutta la sfacciata impertinenza di un personaggio rozzo e senza scrupoli: << in questa circostanza si poté valutare l’insolenza innata e senza misura del personaggio, poiché, dopo che gli fu concesso il dono (appunto la Normandia), e gli astanti gli suggerivano che baciasse il piede del benefattore, egli, sprezzando di piegare le ginocchia, prese il piede del re, stando ritto, se lo tirò alla bocca. Il sovrano cadde giù di schiena, e ne seguì una risata dei normanni; ma, poiché i francesi stigmatizzavano il fatto, Rollone scusò la sua mancanza di rispetto, facendo presenti le abitudini del suo paese…>>.[113]
Comunque sia andata, la donazione del 911 fu la data cardine della futura gloriosa ascesa del nuovo ducato. Rollone morì intorno al 927, un secolo prima della nascita del pronipote Guglielmo che tanto lustro darà alla sua dinastia e che, con la sua straordinaria impresa del 1066, cambierà per sempre il volto della nuova Inghilterra. Ma quale era esattamente la natura del potere concesso a Rollone dal re carolingio? Lo storico francese Michel de Boüard,[114] nella sua opera su Guglielmo il conquistatore, suggerisce che egli poteva aver ereditato solo e semplicemente i diritti e i doveri del conte carolingio di Rouen. E’ certo comunque che il capo vikingo non diviene subito vassallo del re. Solo nel 940 l’omaggio formale fu concesso al figlio di Rollone Guglielmo longsword (lungaspada) dal re Luigi IV d’Outremer.[115]Questo principe avviò con successo il processo di integrazione dei suoi compagni scandinavi con la cultura francese. Un altro storico delle gesta normanne, David Crouch,[116] sostiene che il membro più importante di una dinastia sia il secondo. Spetta a lui, infatti, stabilizzare il potere del fondatore, se necessario lo smussa, lo ridefinisce e gli conferma continuità. Guglielmo fu all’altezza del compito anche se dovette battersi continuamente contro i signorotti francesi e della Bretagna e contro bande di suoi compatrioti che lottavano per il controllo della nuova provincia di Normandia. Le monete e il titolo ducale attestano che assunse il titolo di principe cristiano franco. Battendo moneta si appropriò inoltre una importantissima prerogativa reale. Ma furono i due lunghi regni di Riccardo I (detto “senza paura”, 942-996) e di Riccardo II (detto “il buono” 996-1026) che permisero il notevole consolidamento delle posizioni acquisite dal potere ducale.
La edificazione dello Stato normanno comportò un riassetto delle strutture ecclesiastiche. La ristrutturazione delle istituzioni e della vita monastica fu opera dei nuovi dominatori. Dopo la grande fioritura del VII secolo nessuna abbazia era stata fondata e quando Rollone prese il potere assoggettò al suo volere i vecchi monasteri benedettini e in seguito fu tutto un susseguirsi di nuove fondazioni che, elargite generosamente dai successori, divennero ricche e potenti garantendo l’appoggio alle mire egemoniche dei nuovi duchi. Inoltre è da rilevare l’istituzione di una fiscalità diretta: il conio della moneta, le tasse di circolazione e pedaggi vari sulla vendita delle mercanzie che procurarono notevoli profitti. Il ducato fondato da Rollone divenne ricco e influente.[117]
La dinastia normanna
da Rollone fino a Guglielmo il conquistatore (911-1066)Cap. 12.
La seconda invasione danese. Canuto al potere.Nonostante i notevoli sforzi di Alfredo e dei suoi successori per stabilizzare il potere nel Wessex e per limitare le ingerenze scandinave, i pirati del nord continuavano ostinatamente a far valere i propri diritti sul Danelaw con l’auspicio di scalzare appena possibile i re sassoni e avere il controllo di tutta l’Inghilterra. Spesso si arrivò a paci di compromesso. Æthelstan stesso aveva favorito, con ottima diplomazia l’ascesa al trono di Norvegia del cristiano Hakon il buono (933). Ma gli scandinavi continuavano imperterriti la loro vocazione più consona alla propria cultura e continuarono per tutto il decimo secolo a sconvolgere l’Inghilterra con ripetuti attacchi dal mare. Inoltre le tensioni interne al regno di Alfredo rendevano il controllo dello stato ancora più problematico. Il figlio di Edmondo I Edgaro (959-975) era un giovane alquanto avveduto e seguendo le orme di suo bisnonno Alfredo fece sviluppare e mantenere in efficienza una grande flotta permanente in previsione degli ormai regolari attacchi vikinghi nelle coste. Alla sua morte però nacquero torbidi perché suo successore risultò l’allora tredicenne Edoardo (detto in seguito “il martire”). La vedova di Edgaro infatti pretendeva per la successione suo figlio Etelredo così scoppiò un duro contrasto tra le due fazioni di nobili che appoggiavano i pretendenti. La fazione di Edoardo ebbe la meglio grazie anche all’appoggio del potente vescovo Dunstano che agì aiutato dall’azione concorde della maggior parte dei vescovi. Edoardo fu incoronato nel 975 ma il suo regno ebbe vita breve dato che fu assassinato dopo alcuni anni tramite una congiura.[118]
Tali disordini indebolirono notevolmente lo stato. Lo sforzo di Edgaro venne vanificato, la flotta andò in rovina e tutto ciò certo allettò le brame fameliche degli invasori che da piccole scorrerie tentarono il salto di qualità con l’invasione. Ethelredo II, ultimo re anglosassone, vide così aprirsi la strada per il regno. Egli sposò nel 1002 Emma, la sorella del duca di Normandia Riccardo II, dalla quale ebbe il figlio Hardecnuto, sperando con ciò di allearsi alla potente dinastia normanna contro i pirati danesi. Da questo matrimonio si generarono in seguito, come vedremo, le conseguenze più fatali. L’anno 991 è per la storia inglese ricordato come tra i più funesti e sconcertanti. L’associazione di due principi esiliati, il norvegese Olaf Tryggvason (†1000) e il danese Sven Barbaforcuta (†1014), sfociò in un attacco memorabile presso la località di Maldon[119] dove le truppe anglosassoni vennero brutalmente annientate. La cronaca anglosassone, a ricordo del cruento episodio, è incastonata dal preziosissimo panegirico in antico inglese (325 versi) per la morte eroica a Maldon dell’eorl Byrhtnoth.[120]
Ethelred si vide costretto a pagare (era la prima volta che questo accadeva in Inghilterra) un tributo disonorevole che, la cronaca parla di diecimila pounds, a quanto pare, fu per il periodo e per le condizione del regno, assai gravoso. Dopo un’altra incursione nel 994 sembra che le acque si calmassero anche perché in tale contingente la Norvegia e la Danimarca accusavano problematiche interne e si resero quindi disponibili a riaccogliere i due esuli di Maldon distogliendoli così da nuove incursioni in Inghilterra.
Nel 1002, una nuova incursione, a riprova che il pericolo scandinavo non aveva certo cessato di incombere sulle sorti del regno,[121] costrinse Ethelred II a pagare per la seconda volta un tributo agli invasori. Con l’appoggio di Riccardo II (la sorella Emma portò con se in Inghilterra il suo seguito normanno) Ethelredo, con ben meditati piani, reagì iniziando subito le ostilità. La minaccia più grave veniva naturalmente dalla Danimarca dove Sveno era riuscito, dopo il suo richiamo dall’esilio, a riprendere le redini del potere e farsi eleggere re. Con un colpo di mano forse discutibile e ancor di più inutile Ethelred si macchiò la coscienza con un’ azione che inorridì i contemporanei per la sua efferatezza.
Cap. 13°.
Il “St. Brice's Day Massacre”Il 13 novembre dello stesso anno, giorno di San Brizio, forte dell’assenso della maggior parte dei nobili anglosassoni a lui devoti, Ethelred (da qui l’epiteto con cui passerà alla storia di “unready”, lo sconsigliato, l’indeciso) diede ordine di far massacrare tutti i danesi presenti in Inghilterra tra i quali ci fu la sorella di Sveno, con il marito e i figli.[122]
La risposta del re di Danimarca non si fece attendere a lungo. L’anno successivo egli scese in forze e fino almeno al 1006 fu tutto un susseguirsi di razzie e devastazioni. Ethelred nulla poté contro l’avanzata danese anche perché i suoi rapporti con gli ealdormen si fecero sempre più precari e fu quindi costretto a pagare un’altra somma per tenere a bada le forze di Sveno.[123]
Mentre il prestigio di Ethelred toccava il minimo storico, Riccardo II si era esposto talmente tanto da accogliere a Rouen il re Sveno in persona. Forse Riccardo immaginò che la caduta nelle mani di Sveno sarebbe stata inevitabile e che fosse meglio stringerlo in alleanza. I presagi del duca furono in seguito puntualmente confermati.Nel 1009 un altro danese, tale Turkillo[124]continuò a praticare lo sport preferito dai vikinghi: altra incursione e altro tributo. Ma Sveno, con il dichiarato scopo di conquistare Inghilterra e trono, sbarcò nel 1012, presso la foce dell’Humber e da lì mosse per conquistare con successo tutto il Danelaw. Londra soccombette e Ethelred, ormai privo di speranze, fuggì alla corte di Normandia con moglie, figli e tutto il suo seguito. Cadeva ormai la resistenza anglosassone e Sveno si fece proclamare re d’Inghilterra. Ma appena due anni dopo Sveno morì e Ethelredo, immediatamente tornato in Inghilterra per riappropriarsi della corona, dovette combattere contro le forze di Canuto, figlio di Sveno. Fortuna volle che Canuto dovette tornare in patria per disordini interni (il fratello Harald si era impossessato del trono), così Ethelred riebbe con facilità la sua sede e il trono. Ma morì due anni dopo, quando cercava con ogni mezzo di riordinare il regno. Canuto di conseguenza sbarcò nuovamente in Inghilterra e si scontrò con il successore di Ethelred, Edmondo II detto “fianco di ferro”. Dato che lo scontro non portò a nessun risultato concreto se non a piccole e inconcludenti scaramucce, ci si accordò per una spartizione del territorio: Wessex e Mercia spettarono a Edmondo, il resto andò a Canuto. Ma alla fine di quello stesso anno (1016) Edmondo venne ucciso[125]e Canuto fu unanimemente eletto re d’Inghilterra. In breve tempo mise insieme un impero così vasto che il suo titolo completo comprendeva quello di “re degli inglesi, dei danesi, dei norvegesi e, in parte, degli svedesi”.
Canuto rafforzò la posizione del re rispetto ai nobili creando una imposta di successione da versare al re alla morte di ogni nobile e si aggraziò la componente ecclesiastica rinnovando il versamento delle decime e del “romescot”, andando personalmente a Roma (1027) dove fu accolto da papa Giovanni XIX da cui ottenne l’esenzione del tributo per il conseguimento del pallio ma venne anche stabilito che i tributi volontari sarebbero rimasti validi. Durante il suo periodo di assenza la reggenza del regno fu affidata ad un astro nascente della superstite nobiltà sassone, il duca dell’Essex Godwin, padre del futuro pretendente al trono Harold II, che da questo momento vide accrescere la sua casata in maniera progressiva. Era la fine del secolare dominio anglosassone.Boccale anglo-sassone del VI sec. in tutto simile a quelli riprodotti nell’arazzo di Bayeux. Sepoltura di Taplow, Buckinghamshire, UK.
Cap.14°.
Restaurazione sassone. Edoardo il confessoreAssumendo con la forza il controllo dell’Inghilterra, Canuto cercò immediatamente di eliminare i pretendenti al trono e di indebolire sensibilmente le ingerenze dei nobili locali (earls). Come abbiamo visto i figli di Emma e Ethelredo trovarono asilo nella sempre più potente Normandia di Riccardo II. I figli di Edmondo invece furono inviati dallo stesso Canuto in Svezia per essere eliminati. Essi avrebbero voluto raggiungere i figli di Ethelred nel sicuro ducato normanno ma vennero infine mandati in Ungheria.[126]
Canuto, realizzando la pericolosità di un accordo troppo stretto tra i normanni e la fazione esule anglosassone, cercò di spezzarne i legami proprio attraverso un legame stesso in maniera clamorosa. Sposò infatti la vedova di Ethelred, Emma, l’ambiziosa e macchinosa sorella di Riccardo II. Questa lungimirante e, per occhi moderni, spregiudicata geometria di alleanze permise alla futura madre di Edoardo il confessore di legarsi contemporaneamente alle famiglie dominanti inglesi, danesi e normanne. I normanni, da parte loro, avrebbero acquisito, per mezzo suo, il diritto dinastico al trono inglese rivendicato con successo dal nostro Guglielmo nella fatidica data del 1066. Canuto tramite questo matrimonio vide cessare o perlomeno allentare la pressione del duca Riccardo che accolse il matrimonio con indubbia soddisfazione.[127]
Intanto, moriva nel 1027 il duca Riccardo II e gli succedette il <<giovane e illustre soldato>>[128] Riccardo III, che però sopravvisse per un solo anno. E’ probabile che fu ucciso dallo stesso fratello Roberto, che, irritato per la mancata concessione di Falaise, città natale di suo figlio Guglielmo, ordì contro di lui una congiura. Roberto, detto “il magnifico” o “il diavolo”, divenne allora il nuovo duca di Normandia e in quello stesso anno 1027 nasceva dalla sua unione con Herleva, giovane concubina di Falaise, il nostro Guglielmo, che da allora appare in diversi atti del padre. Nel 1035, quando il piccolo Guglielmo aveva appena sette anni, Roberto decise di partire per un pellegrinaggio in terrasanta (probabilmente per espiare il fratricidio) e presentò alla sua corte il figlio come successor[129] nel caso di un suo mancato ritorno dal lungo viaggio a Gerusalemme. Vennero nominati custodi e tutori per il piccolo Guglielmo e si avviò in oriente. Improvvisamente, mentre sostava al suo rientro a Nicea, a sud del Bosforo, si ammalò di febbri convulsive e morì. Al solito seguirono puntuali le accuse di avvelenamento.